Il Matrimonio vocazione alla santità

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Ciro Notarangelo e Clelia Perna 

SECONDA DIZIONE

2012 

Solo una precisazione: non siamo “addetti ai lavori”.

Siamo sposati ed abbiamo due figli; nella vita siamo medici e siamo animatori di un “gruppo famiglia” in parrocchia. 

Per questo motivo presentiamo questo breve scritto, nato esclusivamente come ausilio catechistico, diviso i capitoli corrispondenti ad altrettanti incontri che abbiamo svolto con le famiglie di cui siamo gli animatori. 

Abbiamo, infatti, solo riassunto e reso più accessibile quanto scritto da alcuni Autori approvati dalla Chiesa e in documenti della stessa, in modo semplice e pratico, al fine di comporre brevi letture per meglio comprendere la grandezza della “vita quotidiana” di una coppia cristiana. 

Ciro Notarangelo                                          Clelia Perna 

IL MATRIMONIO:

 VOCAZIONE ALLA SANTITA’ 

INTRODUZIONE 

Igino Giordani, di cui è in corso la causa di beatificazione, sposato e padre di quattro figli, amava dire che, quando lui era giovane, il popolo di Dio era considerato diviso in due parti: da un lato i sacerdoti e i religiosi, che seguivano la via della perfezione e dall’altra gli sposati che invece erano condannati a seguire quella “dell’imperfezione”.

In seguito, il Concilio Vaticano II[1] ribadì che tutti nella Chiesa, consacrati e laici, hanno la vocazione alla santità!

Tale pensiero è stato poi ripreso e approfondito da Giovanni Paolo II che chiamava il matrimonio: “via ordinaria di santità” e da vari altri documenti ufficiali della Chiesa[2].

Con l’ausilio di questi e di altri scritti di autori[3] approvati dalla Chiesa cerchiamo di riassumere la specificità della vocazione al matrimonio.

1) MATRIMONIO: vocazione alla santità 

Cos’è la famiglia per Dio?

“Quando Dio ha creato il genere umano, ha plasmato una famiglia; quando il Verbo di Dio è venuto in terra, ha voluto nascere in una famiglia; quando Gesù ha iniziato la sua vita pubblica, stava festeggiando una nuova famiglia. Test your luck at lucky pharao merkur. Dio ha avuto talmente a cuore la famiglia, l’ha pensata come realtà di tale importanza da imprimervi la sua stessa impronta: essa, infatti, riflette la vita stessa di Dio, la vita della Santissima Trinità. E ciò è sufficiente per dire cos’è per Dio la famiglia”[4]. 

Dio è Amore. 

Dio è Amore. Egli non è eterna solitudine, ma in Lui l’Amante (il Padre) ama d’Amore Infinito (lo Spirito Santo) l’Amato (il Figlio) e da questi è riamato con lo stesso Infinito Amore per cui le tre Persone della Trinità sono un solo Dio, in un dono totale, infinito, continuo, eterno, d’Amore reciproco.

Dio ha creato l’uomo per amore e a sua “immagine”; vuole, cioè, rivedere anche nell’uomo la dinamica di dono e di amore reciproco a somiglianza della Trinità. In quest’ottica l’uomo è tale, cioè si realizza, solo quando ama[5].

La vocazione, dunque, di tutti gli uomini, e in primis di tutti i battezzati, è amare: amati da Dio, siamo tutti chiamati a corrispondere al suo Amore, ad essere “come” Lui e ciò si realizza solo attraverso l’amore del prossimo[6].

L’amore è, dunque, la caratteristica del cristiano, ciò che ci contraddistingue; per questo Gesù dice: “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).  L’amore reciproco è per il cristiano un’altra pelle, egli non è tale se non ama.

L’amore “nuziale”

L’amore di Dio per l’umanità ha la caratteristica particolare della “nuzialità”[7]: Dio non ama infatti astrattamente, non si limita alla creazione e nemmeno ad una “paterna assistenza”, ma si dona all’uomo e per l’uomo, in Gesù che muore in croce, come lo Sposo che da tutto se stesso per la sposa.  Questo Amore “nuziale” di Dio per l’umanità è un’Amore di dono totale, che sa sacrificarsi per l’amato, che fa crescere e realizza l’altro, è disinteressato, ama per primo, è rivolto a tutti indistintamente e a ciascuno in particolare, lascia libero l’amato e conduce all’unione dell’Amante con l’amato, cioè di Dio con l’umanità.

Questo è l’amore di Dio per l’umanità e questo è il tipo di amore che Dio vorrebbe vedere tra gli uomini come risposta al suo amore. 

Per questo motivo Egli ha pensato, per ognuno di noi, ad un modo concreto per vivere questa risposta d’amore, ad una strada personale, unica ed irripetibile per corrispondere al suo amore.  S. Paolo, infatti, dice: “ciascuno ha il proprio dono da Dio” (1Cor 7,7), e lo dice in un contesto in cui si parla chiaramente di celibato e di matrimonio.

Per Dio, dunque, il matrimonio e la vita consacrata sono “doni”, cioè specifiche “chiamate”, “vocazioni”, sono “vie[8]”, “mezzi” per arrivare a Lui.

Dio è Amore e non poteva far distinzione tra i suoi figli, chiamando solo alcuni, e non tutti, alla santità.   Il matrimonio, dunque, è a pieno titolo, via ordinaria di santità, e come tale gli sposati devono viverlo.

LETTURA

Matrimonio e Sacerdozio

Quando Mamma Margherita disse al neo-vescovo di Mantova, Giuseppe Sarto, suo figlio: “Tu non avresti quell’anello (episcopale) se io non avessi avuto questo anello (nuziale)”, mostrò l’associazione del matrimonio col sacerdozio, fatto principalmente per la celebrazione della S. Messa (Eucaristia) .

Il matrimonio è un sacramento, i cui ministri sono i coniugi stessi: è dunque un veicolo della grazia, un segno della comunicazione della vita di Dio alle creature. Specialmente è l’immagine della unione nuziale di Cristo con la Chiesa. La Chiesa e Cristo fanno un corpo, così moglie e marito fanno una carne. Ma non solo immagine e simbolo; è anche partecipazione alle nozze di Cristo con la Chiesa, continuazione e diramazione di esse”.

(da I. Giordani, “Matrimonio e Eucaristia”, Città Nuova n.14/1959).

2) Preparazione al matrimonio cristiano 

La risposta alla chiamata di Dio nel matrimonio non s’improvvisa.

Il matrimonio diventa solido se il periodo prematrimoniale è vissuto in preparazione di esso. Come i seminaristi si preparano al sacerdozio, così i fidanzati devono imparare ad amare Dio e il futuro coniuge con quel dono totale di se di cui abbiamo parlato, richiesto anche durante il fidanzamento.  Abbiamo, infatti detto che il Matrimonio è una vocazione,  cioè una chiamata di Dio. è, in altre parole, un dono che Dio fa ai due sposi per la loro salvezza e per il suo progetto d’amore sull’umanità. Ciò è valido per il sacerdozio ed è valido anche per il matrimonio.

Fidanzamento e sessualità

Per il cristiano la sessualità non è scindibile dal disegno d’amore di Dio sull’uomo. Anche i princìpi che devono ispirare i rapporti tra fidanzati, dunque, devono nascere dalla visione cristiana della sessualità:

  1. Questa non è mai fine a se stessa, come un bene di consumo, ma è sempre vista nel contesto della chiamata dell’uomo all’amore cristiano, cioè al dono di sé, al rispetto dell’altro, al servizio e alla promozione dell’uomo.
  2. Il matrimonio cristiano è una “chiamata” a quella forma particolare di amore cristiano tra uomo e donna, che consiste nel dono totale e reciproco di se stessi e nel servizio alla vita secondo il progetto di Dio. In questo contesto la sessualità diventa forza da illuminare e da educare perché diventi, nel matrimonio, mezzo ed espressione  di questo amore.
  3. E’ evidente, in questa prospettiva, che la vita sessuale completa può trovare il suo posto soltanto nel matrimonio, così come gli atti propri del ministero sacerdotale (come ad esempio il confessare o il consacrare l’Eucarestia) trovano posto solo dopo che il seminarista è diventato sacerdote.

Se siamo convinti, dunque, che i rapporti prematrimoniali non vanno d’accordo con l’ideale di amore cristiano, troveremo la forza, nel fidanzamento, di evitare anche tutti quei gesti che potrebbero predisporre ad essi.

E’ comunque sempre importante sottolineare che è necessario conservare un atteggiamento di semplicità e di prontezza nel saper ricominciare, atteggiamento che scaturisce dalla consapevolezza della grande comprensione di Gesù verso la nostra debolezza e dalla sua volontà di aiutarci.  Nell’amore, si cresce, a poco a poco. (tratto da Gino Rocca, Città Nuova n. 17/1990)

L’amore nel matrimonio cristiano

Nel rapporto di coppia, una cosa è, ad esempio, l’amore che cerca di possedere l’altro, altra cosa, invece, è l’amore che sa sacrificarsi per l’altro. Una cosa è amare l’altra persona per il suo corpo, per il piacere e le emozioni che è in grado di procurare, stabilire con lei un rapporto superficiale e limitato nel tempo, altra cosa, invece, è amarla per se stessa, per la ricchezza e la bellezza spirituale che possiede e riuscire a creare con essa un rapporto molto più profondo che dura tutta la vita.

In quest’ottica, il valore del rapporto sessuale, inteso come rapporto d’amore, dipende dal tipo di amore che esso è capace di esprimere.

Il rapporto sarà tanto più ricco nella misura in cui riuscirà ad esprimere quell’amore che tende al dono totale di sé; cioè nella misura in cui il piacere non sarà più un oggetto che i due cercano di rapirsi a vicenda, ma diventerà il linguaggio attraverso cui essi sperimentano ed esprimono la loro comunione completa.

Gesù disse al riguardo: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola. Così che non sono più due, ma una carne sola», come dire che il rapporto sessuale raggiunge la sua pienezza di significato solo quando c’è questa capacità di donarsi totalmente all’altro.  Bisogna, quindi, arrivare a questa sessualità adulta, matura, diventare realmente capaci di questo dono totale di sé, cioè di amare l’altro per se stesso, di sceglierlo per tutta la vita, di scoprire la gioia di vivere insieme, di lavorare insieme, di accogliere e dedicarsi insieme ai propri bambini. Anche l’amore per i figli e l’apertura alla vita, infatti, è parte essenziale del matrimonio cristiano. In un contesto del genere, i rapporti intimi costituiscono uno dei momenti più alti nella vita di una coppia.

Per questo, un traguardo del genere non s’improvvisa.  Dietro tanti matrimoni veramente riusciti si scopre sempre un cammino che i due hanno percorso insieme (durante il fidanzamento e anche dopo il matrimonio), dialogando, confidandosi idee, sentimenti, pregando insieme, approfondendo la propria fede…

Ovviamente Gesù non pretende che noi tocchiamo il traguardo in un momento, ma che ci mettiamo in cammino, lealmente disposti a pagare il prezzo che egli ci domanda per raggiungerlo. Questo richiederà, tra l’altro, una grande pazienza e misericordia con noi stessi nel saper ricominciare ogni giorno, senza arrenderci di fronte alle momentanee difficoltà o insuccessi. (tratto da Gino Rocca, Città Nuova n. 3/1989)

LETTURA

“Il matrimonio è fondato su un elemento divino: l’amore.  Dio è Amore e il matrimonio è fondato su Dio che si manifesta come amore.  Se i due sposi si amano, Dio passa tra di loro;   due sposi che perdono tempo a non amarsi,  sono due creature che perdono tempo a morire,  perché la vita non ha più senso, la famiglia non esiste più.

Ma l’amore si regge se è anche soprannaturale: il solo amore naturale si indebolisce e s’estingue col cedere della natura: malattie, avversità, capricci, vecchiaia, miseria …  L’amore sta all’organismo familiare come il calore all’organismo umano.  Il calore è portato dal sangue umano: l’amore è portato dal sangue divino: l’Eucarestia.

C’è comunità perfetta – umano-divina – se circola il sangue dell’Uomo-Dio”.

(da I.Giordani, “La famiglia”. Ricordi Pensieri, Città Nuova ed. 1994).

3) LA FAMIGLIA: dono di comunione 

Si sente spesso ripetere con un po’ di superficialità che nella Bibbia (Genesi) è scritto che l’uomo è fatto ad immagine di Dio.

Se analizziamo meglio il testo: “Così Dio creò gli uomini secondo la sua immagine; a immagine di Dio li creò; maschio e femmina li creò” (Gn 1,27) si coglie il vero significato della scrittura: non solo il singolo uomo, ma anche la famiglia (“maschio e femmina li creò”) è stata creata a immagine di Dio.

Si può dire[9], dunque che la famiglia è stata creata ad immagine del Creatore: Egli, cioè, non ha semplicemente “fatto” o “voluto” la famiglia, ma, creandola, vi ha riversato Se stesso, la sua natura di comunione e di amore[10].

Dio, infatti, è Uno e Trino. Come la Trinità è composta da tre Persone divine perfettamente distinte e allo stesso tempo perfettamente unite nell’unico Dio Amore, anche la famiglia, nata dal sacramento del matrimonio, è distinzione e unità delle persone che la compongono:

  • distinzione perché il marito, la moglie e i figli non perdono la loro personalità, ma la accrescono dilatandola nell’amore sulle altre persone della famiglia,
  • unità perché solo dei coniugi Gesù ha detto: 6…all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; 7per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre 8e i due diventeranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. 9L’uomo, dunque, non separi ciò che Dio ha congiunto». (Mc10,6-9)

Giovanni Paolo II chiama il matrimonio “sacramento primordiale” in quanto la coppia è il primo segno con il quale Dio ha scelto di auto-comunicarsi all’umanità[11]. Per la rivelazione cristiana, dunque, la famiglia è la “struttura comunionale”[12] nella quale Dio Trinità ha voluto esprimere l’intimo di Se stesso: perfetta unità e perfetta distinzione in un Amore infinito.

La famiglia è di per se “dono di comunione”, quindi, non in ragione degli sforzi dei suoi membri, ma per il suo modello originario che è la Trinità stessa.   Marito e moglie, senza bisogno di ricevere un mandato esplicito e senza alcuna  sovrapposizione alla loro struttura umana, nel vivere il loro rapporto d’amore, trovano e portano a perfezionamento in se l’immagine e somiglianza di Dio.

Da ciò deriva un grande dono che è allo stesso tempo un importante  compito e una grande responsabilità: la famiglia è lo “stampo di comunione” per la Chiesa e per la società. 

“…come cristo ama la chiesa”

Dio ha creato la famiglia e l’ha voluta fondata sul sacramento del matrimonio per comunicare al mondo la Sua vita di amore e comunione.

Abbiamo detto che nella famiglia si rende evidente l’immagine di Dio.   Gli sposi “parlano” di Dio al mondo perché parlano la Sua lingua: l’Amore.  La famiglia, quindi, evangelizza perché “dice” al mondo la Trinità, anche solo nei semplici gesti d’amore che caratterizzano la sua vita quotidiana.

Il nostro amore diffonde Cristo: è la nostra unità che esporta Dio nel mondo, il nostro amore è per sua natura diffusivo, ogni nostro più piccolo gesto quotidiano di amore e di servizio, ogni attenzione, manifesta l’Amore Trinitario.   La famiglia è il tessuto stesso di cui è fatta la Chiesa ed è di per se dono di comunione per gli sposi, per i figli, per la società e per la Chiesa stessa.

  1. Paolo aggiunge che il sacramento del matrimonio ci dà la capacità di amarci “come Cristo ama la Chiesa”: cioè fino al dono totale. Nella famiglia, dunque, si contempla il mistero dell’amore di Cristo per la sua Chiesa: come Cristo ha dato la vita in croce per la sua chiesa così l’amore sponsale è un amore che sa sacrificarsi fino a dare la vita per l’altro, che supera i difetti dell’altro e si sviluppa e si manifesta nella relazione tra i due sposi.

La grazia specifica del sacramento, infatti, non è data al singolo sposo, ma alla relazione d’amore tra i due coniugi: essi, cioè, non sono semplicemente due laici battezzati che, tra l’altro, sono anche sposati, come se il sacramento del matrimonio fosse un particolare secondario: gli sposi, con il matrimonio, ricevono un “carisma” specifico!

LETTURA

L’impronta trinitaria nella società umana

Nella società redenta ricorrono tre gradi, o tre stati: – sacerdozio, verginità, matrimonio, distinti e uniti, convogliati a farsi l’unico Cristo. La relazione armonica tra i tre stati perciò risulta insostituibile.   È facile scorgere il beneficio vitale che sacerdozio e verginità apportano alla convivenza naturale. Ma anche il matrimonio contribuisce ad accrescere la vita ecclesiale, col sacerdozio regale, con la castità coniugale, con la creazione di nuove membra alla Chiesa. È il matrimonio naturale che genera vergini e sacerdoti e dilata coi figli il Corpo mistico. I padri e le madri raggiungono in tale risultato la dignità maggiore: partecipano all’economia divina. La famiglia che dà una vergine (Maria) o un sacerdote (Gesù) – o entrambi – è, a doppio titolo, una Chiesa, inserita nel circuito della Trinità: assolve una funzione redentrice. A sua volta la vergine diviene madre spirituale del laicato, a cominciare dai genitori; e il sacerdote ne diviene padre spirituale.   È un ricambio umano-divino, in unità: l’unità dell’Uomo-Dio, di cui incarnano il volere. In siffatta luce si vede come intimamente la convitalità nell’unico organismo teandrico – il Corpo mistico di Cristo – metta i laici in relazione solidale di collaborazione col sacerdozio e la verginità: membra del Corpo mistico, anche i laici partecipano alla vita di Cristo – ed è una vita verginale, di assoluta purezza, perché vita della Chiesa, che è vergine e madre come Maria – e, fatti partecipi delle attività di Cristo, compiono mansioni che si manifestano anzitutto come sacerdozio. I laici perciò verginizzano lo spirito e tributano a Dio un sacrificio salutare, già offrendo, come proprio, il sacrificio dell’altare e aggiungendo ad esso il sacrificio di se stessi, ostie viventi.

(da I.Giordani, “Laicato e sacerdozio”, Città Nuova, Roma 1964, pp.185-188).

4) Il matrimonio cristiano è un sacramento 

Quando Dio ha creato il rapporto tra l’uomo e la donna, l’ha pensato come realtà molto positiva e, in origine, non ferita. Nella coppia l’uno appare definizione dell’altra e, insieme, di Dio. Gli sposi sono quindi “sacramento”, cioè manifestazione visibile del divino e dell’amore di Dio per l’umanità.

Il rapporto d’amore tra gli sposi è un cammino verso la realizzazione a vicenda che si realizza nel dono reciproco. Questo accade perché, amandosi reciprocamente rispondono all’amore di Dio e sul Suo amore fondano il loro.

La radice del matrimonio e dell’amore coniugale è dunque Dio. La realizzazione del rapporto d’amore nasce, quindi, dall’essere legati a Dio.   La famiglia dunque è la mappa, Dio è il tesoro[13].

In quanto dono e “sacramento” cioè manifestazione dell’amore di Dio, la famiglia non si può realizzare senza Dio.

“UNA CARNE SOLA”

Mediante il sacramento del matrimonio gli sposi diventano “una carne sola” e ricevono le grazie necessarie affinché il matrimonio diventi per loro, e per chi vive intorno a loro, mezzo di santificazione.

Lo sposato è chiamato (e ne ha la grazia necessaria) a testimoniare nella vita coniugale e sociale di tutti i giorni, la fede in Dio Amore, con l’amore reciproco, la condivisione, la gioia, il sacrificio, il rapporto profondo con Dio e con la sua Chiesa.

Il matrimonio ha, dunque, una propria dignità vocazionale[14], un carisma tutto suo. Gli sposi, nella Chiesa esercitano un carisma specifico che nasce dal sacramento e si nutre e si manifesta nel loro rapporto d’amore. Negli sposi il sacramento porta a compimento la grazia del battesimo dando loro la pienezza dell’essere uomo e donna: il sacramento, cioè, sviluppa “dal di dentro” l’essere uomo e donna della coppia in funzione della missione della Chiesa.

Ma in cosa consiste questo “carisma”?

Il carisma matrimoniale consiste nella natura stessa di comunione del matrimonio: non è qualcosa che si aggiunge dal di fuori, non è una sovrastruttura. Gli sposi, infatti, si offrono naturalmente l’un l’altro come dono di comunione e di unione e tutto ciò è nella natura stessa del matrimonio: caratteristica originale e originaria di questo sacramento. Solo degli sposi, infatti, possiamo dire con Gesù che sono “una carne sola”. 

Gli sposi sono per la loro stessa natura “struttura unitiva”: è questa l’originalità del carisma.  Per opera dello Spirito hanno la missione di custodire, rivelare e comunicare l’amore di Dio. È una reale partecipazione all’amore di Dio per l’umanità e di Cristo per la Chiesa. È il carisma dell’essere immagine di Dio. La famiglia è, dunque, matrice d’amore, che produce amore più di quanto ne consuma: sorgente di comunione che attinge dal cuore di Dio.

In quest’ottica di comunione i coniugi si realizzano pienamente l’un l’altra.

Gesù ha detto: “dove due o più sono uniti nel mio nome lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20).    Se ci si pensa è una cosa grandissima, è una rivoluzione!   Solo degli sposati Gesù ha detto “… e i due saranno una carne sola”!  Nessuno può essere più unito di così!  Se ci amiamo, dunque, come Cristo ha amato noi, possiamo “attirare” la presenza del Signore tra noi ed è Lui che rinverdisce l’amore coniugale, porta la pace nei cuori, dona la gioia e il coraggio di affrontare le difficoltà, ci sorregge nei dolori, ci apre alla vita, diffonde l’amore intorno a noi.

Lo scopo della vita, infatti, non è il matrimonio, ma Dio stesso. Il matrimonio è preparazione al Paradiso, all’incontro “nuziale” eterno con Dio e la nostra nuzialità, la nostra paternità e maternità arriverà a compimento solo in Dio. Se gli sposi rimangono uniti a Lui troveranno, dunque, la pienezza di se stessi. Nel Cielo, infatti, saremo così vicini a Dio da essere completamente appagati ed anche l’amore nuziale umano lì non avrà più senso, avendo esaurito la sua funzione di preparazione all’incontro con Dio.

Cristo è lo Sposo, il fuoco che non brucia il roveto (simbolo dell’umanità), ma lo accetta così com’è. Anche gli sposi sono chiamati ad amarsi e ad accettarsi, per realizzare il progetto di Dio su di loro. L’umanità allora, come il  roveto, sarà fuoco, luce compartecipazione all’amore di Dio. Lo scopo del matrimonio non è, dunque, quello di soddisfare le esigenze pur belle del solo amore umano e nemmeno mettere al mondo e seguire i figli. Gli sposi sono chiamati ad amarsi fino ad accendere la presenza di Gesù tra loro che li trasforma in “roveto ardente”, cioè testimonianza viva dell’amore di Dio[15].

Clemente Alessandrino, padre della Chiesa, ipotizza che i discepoli di Emmaus potessero essere, in realtà, una coppia di sposi: essi provano un “ardore” nel cuore quando Gesù cammina con loro e lo riconoscono  nell’Eucarestia. È come dire che l’amore nuziale si nutre della partecipazione all’Eucarestia e si rafforza, “arde”, quando gli sposi “camminano” insieme a Gesù, cioè vivono il Vangelo.

LETTURA

Il primogenito dei fratelli

Gesù usò le espressioni più vive per affermare questa sua intima fraternità con gli uomini. Si può immaginare quanto amasse sua madre e i suoi cugini, compagni della sua infanzia e confidenti della sua gioventù. Pure, una volta che gli vennero annunziati mentre insegnava, rispose: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? E stendendo la mano verso i discepoli, disse: – Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; chiunque fa la volontà di mio Padre, che è nei cieli, è mio fratello e mia sorella e mia madre» [Mt 12, 48-50]. Il significato della risposta è ovvio: chiunque accetta la paternità di Dio, che è l’oggetto della predicazione evangelica, entra a far parte della famiglia di Gesù, diventa fratello, sorella, madre di Lui. Il cristianesimo imparenta con Cristo e, per lui, con Dio, col primo grado di parentela, che è la fraternità.

(da I. Giordani, “Il messaggio sociale del cristianesimo”, Città Nuova, Roma 2001, p. 87 – tratto da Il messaggio sociale di Gesù, 1935).

5) caratteristiche del matrimonio cristiano:

LA COMPLEMENTARIETA’ 

Mons. Bonetti[16] individua alcune caratteristiche tipiche del matrimonio cristiano chiamandole “note qualificanti” della cui consapevolezza gli sposi devono arricchire il loro rapporto: la Complementarietà, la Condivisione, la Corresponsabilità e la Con-presenza.

LA COMPLEMENTARIETA’ è la capacità propria del sacramento del matrimonio di comporre le distinzioni in unità. 

In Genesi si legge che Adamo disse che Eva era “carne della sua carne”.   L’uomo e la donna, dunque, sono stati creati e pensati da Dio “complementari” l’uno all’altra e il matrimonio cristiano porta a pieno compimento questa COMPLEMENTARIETà.  In esso, il coniuge porta a pienezza l’altro e se stesso perché s’inseriscono entrambi in un rapporto d’amore reciproco. Si completano e si compiono a vicenda: ognuno dei due, nel dono reciproco, dà significato alla vita dell’altro.  L’uomo, infatti, è nato per vivere in una relazione d’amore (come accade nella Trinità) ed è stato fisicamente creato per complementarsi con la donna e viceversa. In Genesi, infatti, si legge ancora: “È bene che l’uomo non sia solo”. La famiglia è dunque espressa volontà di Dio!  Anche l’istinto che ci spinge a cercare la compagna della vita è, dunque, dono di Dio.

Il Signore ci ha pensato a Sua Immagine, come dono per l’altro: l’essere per l’altro realizza l’individualità, il dono totale di se realizza la persona. Con il matrimonio, infatti, gli sposi non sono più due, ma, ad immagine della Trinità stessa, sono una cosa sola in Gesù, uniti dalla carità reciproca che DEVE arrivare fino al dono completo di se stessi.  Egli ci ha amato così!   E’ cosi che dobbiamo amarci l’un l’altro per permettere la sua presenza tra noi.  E’ la grazia del sacramento che ci dà la possibilità di farlo e amandoci così, la nostra casa sarà un’altra “grotta di Nazaret” dove Gesù e Maria saranno contenti di tornare a vivere, in questo tempo, su questa terra, donandoci quella luce, quella pace, quella gioia, quella forza, quel coraggio che solo il Risorto può dare.

Da ciò deriva che vivere la “fedeltà matrimoniale” altro non è che vivere il rapporto d’amore in modo che nulla possa rompere l’unità dei due e, allo stesso tempo, che nulla possa offendere la persona dell’altro nella sua distinzione.  Ma per far ciò bisogna continuamente crescere nell’amore per non mummificare il dono della complementarietà degli sposi.

La caratteristica della complementarietà ci aiuta anche a vivere la distinzione e l’unità con i figli: anche in questo caso è la coppia unita nell’amore reciproco che si rapporta con loro e non i singoli genitori.

Infine, questa capacità che ha la famiglia di comporre in unità i distinti non è per se stessa esclusivamente, ma va messa a servizio della Chiesa e della società: la famiglia è chiamata ovunque ad essere ciò che naturalmente è per Volontà di Dio: dono di comunione.

6) Caratteristiche del matrimonio cristiano:

La condivisione 

La condivisione è la caratteristica propria del sacramento del matrimonio di vivere l’indissolubilità e la fedeltà della donazione reciproca. 

Gli sposi sono chiamati nel sacramento del matrimonio a vivere una Condivisione totale. Essa consiste nel dono completo di se in funzione dell’unità degli sposi e fa crescere umanamente e spiritualmente la coppia.  Come la precedente nota qualificante, anche la condivisione è una caratteristica che va costruita dagli sposi giorno dopo giorno.  Nel matrimonio gli sposi condividono tutto: si condivide il corpo che, in funzione del sacramento, diventa strumento per la crescita della maturità della coppia (attraverso l’affettività, Dio Padre fa sentire la sua tenerezza agli sposi); si condivide la propria intimità rivelando la propria intima delicatezza e fragilità; si condividono esperienze, ansie, necessità; infine si va in coppia verso i figli.   In modo particolare per questi ultimi la condivisione risulta essere un vero nutrimento.

Per vivere la condivisione pienamente bisogna iniziare con il condividere l’anima.  Questa condivisione viene prima di quella fisica e si fonda sul rispetto che nasce dall’amore reciproco e sulla conoscenza della psiche del coniuge.  Gli sposi imparano a condividere l’anima cioè a guardarsi l’un l’altra vedendo come si sta “dentro”.

La condivisione è un dono che va sempre coltivato ed accresciuto: non bisogna mai accontentarsi del grado attuale di condivisione, ma aumentarla costantemente con rispetto e delicatezza. Per far ciò bisogna imparare a condividere tutto nello Spirito, altrimenti il rapporto di coppia s’impoverisce. Importantissimo è imparare a pregare (da soli o meglio insieme) affinché la coppia cresca nella condivisione.

La condivisione, poi rende gli sposi “poveri in spirito” come Gesù chiede, perché, se condivido tutto, non solo le cose materiali, ma anche il proprio mondo interiore,  nulla più è solo di uno solo dei due, nemmeno la propria anima. Ci si scopre, inoltre, poveri come chiede il Vangelo perché ci si riconosce debitori di Dio per il coniuge che ci ha messo accanto e del coniuge stesso.

Si impara così a vedere e valorizzare sempre il positivo dell’altro, i suoi talenti e il tutto fruttifica per la Chiesa e per la società.

La condivisione, infine, con la forza dello Spirito, riunisce le famiglie divise e, anche quando ci sono fratture insanabili, trasforma il dolore in offerta di condivisione a Dio e porta frutti.

7) Caratteristiche degli sposi cristiani:

LA corresponsabilita’ 

La corresponsabilità è la caratteristica propria del sacramento del matrimonio che spinge gli sposi ad impegnarsi e  lavorare per il bene comune della coppia. 

La corresponsabilità nel matrimonio cristiano non consiste semplicemente nel dividersi i diritti e i doveri. Ciascuno dei due sposi cristiani, infatti, è corresponsabile del “noi”, cioè di quella unità di coppia che nasce dal sacramento e a cui è assegnata la grazia del sacramento stesso. Per questo la corresponsabilità non consiste nelle cose da fare o da avere, ma nella salvaguardia del rapporto, della comunione tra gli sposi, nella ricerca del bene comune.

In quest’ottica, ogni cosa fatta, sarà fatta “in” e “per” la comunione dei due sposi. Bisogna quindi dare tempo alla comunione, lavorare per il “noi”. Dio ha costituito i due sposi una carne sola in virtù del sacramento e non per la semplice unione fisica. Gli sposi, dunque, appartengono al “noi” della loro unione: tutto ciò che non nutre il “noi” del loro matrimonio non è corresponsabilità.

La corresponsabilità è la ricerca del bene comune che altro non è che l’amore, la fedeltà fino alla morte, cioè l’indissolubilità del legame, l’onore e la dignità delle persone, il rispetto, il bene di entrambi che diventa il bene dei figli. Per questo dobbiamo sempre ricominciare partendo dal “noi” e nella coppia lo si fa amando per primi, senza cioè aspettare che sia l’altro a ricucire la disunità.

L’amore e l’unità della coppia vanno nutriti. L’unità della coppia infatti è al contempo dono e dovere. Adamo, infatti, disse: “Questa volta lei è carne della mia carne”.

Nell’unione sponsale c’è dentro il mistero della Trinità. Gli sposi infatti “Abitati dall’amore di Cristo per la Chiesa, sono chiamati a custodire, rivelare e comunicare l’amore quale reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità”.

Dalla corresponsabilità deriva l’Obbedienza: è l’obbedienza che gli sposi devono, per amore, l’uno all’altro, anzi al “noi”, con il coinvolgimento dei figli nel “noi”: essi infatti sono figli del “noi”.

Quando matura, la corresponsabilità, infine, esce dai confini della famiglia e il coniuge porta sempre nel cuore l’altro.

8) Caratteristiche degli sposi cristiani:

LA compresenza 

La compresenza è la caratteristica propria del sacramento del matrimonio che dona agli sposi quell’esperienza interiore per cui l’uno è nell’altra, e viceversa, oltre i limiti della presenza fisica, del tempo e dello spazio. 

La compresenza è quella nota qualificante il matrimonio per la quale il coniuge è presente spiritualmente dentro l’intimo dell’altro. In altre parole, in virtù del sacramento del matrimonio che mi unisce a mia moglie io posso dire: “Mia moglie mi fa essere quel che sono, solo per il fatto di sentirla dentro di me, per cui quando penso a me io penso al “noi””.

La compresenza è la coabitazione dell’anima che ti fa vivere la vita di coppia nel tuo intimo prima ancora che nella realtà. Non è un sentimento però, ma una realtà divina: è la vita divina stessa. Ce lo ha detto Gesù quando disse: “Il Padre ed Io prenderemo dimora presso di lui” e ancora “come tu Padre sei in me, Io sono in loro”.

La compresenza è lo sposalizio dell’anima, è l’unità più intima e profonda tra i due per cui lo sposo può dire alla sposa: “Dentro di me tu hai una casa” e viceversa. È un legame che va oltre il tempo e lo spazio. La compresenza spirituale poi diventa così forte da diventare convivenza e ne diventa il senso.

Per far crescere la compresenza è di fondamentale importanza la comunicazione tra gli sposi: la parola ne è il  motore.  Gli sposi devono imparare a parlarsi, a lodare l’altro, anche in sua assenza. La parola, infatti, può ferire o stimolare l’amore di coppia. Essa rivela il cuore e con essa si raggiunge il cuore dell’altro.  Anche i gesti possono aiutare ad alimentare la compresenza.  I gesti hanno un valore enorme: la mimica, l’atteggiamento del corpo da solo ci fa capire se siamo accolti, amati o respinti.  I gesti caricano di densità affettiva la parola, il rapporto.

Il primo frutto della compresenza è la coscienza di coppia. Essa è l’unità di anima che permette al singolo di decidere per il bene della coppia, sicuro che il coniuge avrebbe fatto altrettanto. Genera il con-sapere, il con-sentire, la con-scienza cioè la coscienza del “noi” di coppia.

Uno dei  vertici della compresenza è il perdono, che non consiste nel non vedere o nel semplice dimenticare “passandoci sopra”.  Il perdono che Dio chiede agli sposi è il “dare la vita per l’altro” perché non venga meno l’unità, perché questa viene prima anche delle proprie giuste ragioni.

Altro vertice della compresenza è il pregare insieme: essendo una carne sola si realizza la frase di Gesù “dove due… sono uniti nel mio nome Io sono in mezzo a loro” per cui la preghiera degli sposi diventa la preghiera stessa di Gesù al Padre.

Il culmine di questa nota qualificante il matrimonio, però, è l’Eucarestia, soprattutto se presa insieme. L’Eucarestia, infatti, fa la compresenza degli sposi, dono per la Chiesa e per la società. Nasce così il senso della Comunità ed il bisogno di riprendere chi si è allontanato. La compresenza è evangelizzazione, perché è Gesù tra i due sposi uniti fra loro a parlare al cuore di chi incontrano; è accoglienza nel vivere quotidiano.

9) L’indissolubilità del matrimonio 

Vi è oggi la mentalità, assai diffusa, che considera l’indissolubilità del matrimonio come un traguardo da raggiungere, il cui mancato raggiungimento però, a motivo del limite umano, dovrebbe incontrare una grande comprensione da parte di tutti.

Per la Chiesa Cattolica, in aderenza all’insegnamento del Vangelo, l’indissolubilità non è un traguardo ideale da raggiungere, ma una proprietà reale, una condizione oggettiva, una legge intrinseca e, quindi, enunciato del matrimonio cristiano.

Dunque, mentre corrisponde  ad una esigenza profonda dell’amore coniugale, l’indissolubilità è anche la condizione indispensabile perché il matrimonio raggiunga le finalità volute dal Creatore.

Chiarito questo punto essenziale, dobbiamo dire che l’indissolubilità ha il suo fondamento, appunto, nel progetto che Dio ha sul matrimonio.  Ne segue che l’unione coniugale o si fonda su questo progetto, oppure non si può parlare di matrimonio cristiano, che, come già ricordato, si basa su valori specifici, distintivi, come: l’amore come dono di sé all’altro, che viene amato per se stesso, la sua capacità di sacrificarsi, la sua  fedeltà, la sua creatività, il servizio alla vita, il suo linguaggio fatto di tenerezza e purezza insieme, la forza che gli proviene dalla grazia del sacramento…

Per questo è importante, non solo prepararsi adeguatamente al sacramento del matrimonio, ma anche continuare a crescere, diventati sposi, nella consapevolezza dei doveri e degli impegni che il matrimonio cristiano comporta[17].

L’errore spesso nasce dal fatto che sempre più si considera il matrimonio quasi esclusivamente dal punto di vista dei due coniugi, cioè delle loro attese e speranze di felicità.  Il concetto di amore coniugale, a cui comunemente ci si riferisce, è quello dell’amore come gratificazione scambievole, dell’amore come attrattiva reciproca, sentimento, innamoramento.

Per capire il matrimonio cristiano, invece, occorre tener sempre presente che esso è finalizzato ad uno scopo che supera i due  interessati ed è il bene che, attraverso di esso Dio, vuole fare agli Sposi, ai loro figli ed a tutta la  società.

E la chiamata ad un servizio, ad una missione, e diventa per gli sposi sorgente di gioia e di realizzazione piena nella misura in cui essi lo vivono come tale.

Naturalmente si presuppone un amore molto superiore a quello che quotidianamente viene reclamizzato dai mezzi di comunicazione.  Un amore, cioè, capace di amare l’altro per se stesso, di donarsi e di sceglierlo realmente per tutta la vita. È  questa la componente più importante dell’amore coniugale cristiano: è l’amore che ci è stato insegnato da Gesù e che viene reso possibile mediante l’aiuto della sua grazia.   È l’amore che sa mettersi al servizio, che sa capire, che sa accogliere, che sa perdonare, che sa ricomporre l’unità dopo qualsiasi incrinatura.

È l’amore fedele, che non spezza mai.

Questa è forse la sua caratteristica più originale, il suo distintivo, la sua forza e la sua bellezza: è un amore fedele anche quando si sentisse incompreso e  non corrisposto.   Sposarsi in chiesa significa scegliere questo amore[18].

Ma a volte…

Di fatto, però, nella vita della coppia possono verificarsi delle situazioni di incomprensione reciproca, di incapacità o insufficienza al rapporto interpersonale, con gravi ripercussioni negative sia sull’equilibrio della coppia, sia sull’educazione dei figli, tali da rendere praticamente impossibile la convivenza. Di fronte a situazioni

del genere la chiesa ammette la possibi1ità di separazione come estremo rimedio.

Naturalmente per la Chiesa “separazione” non significa “dissoluzione” del vincolo coniugale e pertanto non può ridare diritto a risposarsi.   Anzi per i due interessati resta sempre il dovere della disponibilità al perdono ed alla ricomposizione della convivenza coniugale qualora le circostanze la rendessero nuovamente possibile.

Può anche darsi che il coniuge, ormai fermamente deciso per il divorzio, voglia accelerare i tempi ed a tale scopo faccia pressione sul partner per ottenerne il necessario consenso.

Di fronte ad una siffatta richiesta come si deve comportare il partner  che voglia restare fedele all’insegnamento della chiesa?

Una troppo facile condiscendenza da parte sua suonerebbe come un’approvazione del divorzio e sarebbe anche in contrasto con il proprio dovere di fare fino all’ultimo ogni tentativo possibile di riconciliazione.  Tuttavia, di fronte all’insistenza dell’altra parte e soprattutto di fronte al pericolo che un rifiuto ad oltranza  comprometta irrimediabilmente quel rapporto di carità tra i due che  dovrebbe sempre essere salvaguardato, potrà acconsentire.  Per quanto possibile, però si deve sempre lasciare aperta la porta al dialogo. L’importante è che risulti chiaro che per la propria parte l’atto di divorzio proposto dal coniuge non può dissolvere il vincolo matrimoniale al quale il partner intende restare fedele. 

Per quanto riguarda l’accesso ai sacramenti, una persona che in un caso del genere avesse agito in linea con quanto disposto dalla chiesa, non dovrebbe avere alcuna difficoltà.   L’esclusione dai sacramenti riguarda infatti soltanto la parte che ha preso l’iniziativa del divorzio e non quella che lo ha subito e che nonostante ciò è rimasta fedele al patto coniugale.

Anzi questa ha un motivo in più per essere ammessa ai mezzi della grazia, dai quali poter attingere quell’aiuto soprannaturale che le è necessario nella situazione difficile in cui si trova[19].

LETTURA

Dal Vangelo di S. Matteo, cap 19

“… 3Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». 4Ed egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: 5Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? 6 Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi». 7Gli obiettarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di mandarla via?». 8Rispose loro Gesù: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. 9Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra, commette adulterio».”

10) L’amore più grande 

Il matrimonio non è qualcosa che “appartiene” ai due sposi, ma a Dio, la vita dei due coniugi è nelle Sue mani.

Allora accade che gli sposi possono trovarsi davanti ad imprevisti, difficoltà, scelte, che possono anche rivelarsi dolorose e comportare la perdita dei propri progetti, dei propri sogni.  Altre volte il dolore, volontariamente o involontariamente, può venire proprio da chi meno te lo aspetti: dal coniuge, da un figlio, da un genitore…

E’ questo il momento in cui ci viene chiesto un supplemento di amore. 

Come fare? Anzitutto, quando possibile, aiuta quel tenere sempre “Gesù in mezzo” tra gli sposi, come promette il Vangelo[20]: la presenza spirituale di Cristo tra coloro che si amano è luce nelle scelte, pace nelle trepidazioni, coraggio e speranza nelle difficoltà.  Ma perché ciò si realizzi i due sposi sono chiamati ad amarsi “come” Gesù ci ha amati: è questa la misura dell’amore perché una famiglia sia unita con Gesù presente spiritualmente in mezzo ad essa.

Gesù ci ha amati fino a dare la vita per noi, questo dunque è il limite con il quale dobbiamo amarci: essere pronti a dare la vita l’uno per l’altra, nelle piccole cose concrete di ogni giorno, pronti a perdere le proprie ragioni, le proprie idee, ad ascoltare, a comprendere, a perdonare, per il bene comune.

Poi una certezza ci può aiutare: “Dio ci ama immensamente, Dio mi ama immensamente”!  Gesù (che è Dio) dopo essersi fatto uno di noi e aver condiviso la nostra vita, dopo esser passato per le strade della Palestina insegnando e guarendo i malati, è morto in croce, solo, abbandonato da Cielo e terra, per noi, per ognuno di noi, condividendo fino in fondo la nostra sorte.  Egli aveva il Cielo: lo ha perso per noi facendosi uomo; aveva la Vita, la salute, gli amici, la fama e ha perso tutto per noi morendo in croce; gli restava la Madre, Maria, e ce l’ha donata (nel discepolo) dall’alto della croce. Gli restava solo il suo rapporto con il Padre e ci ha donato anche quello gridando dalla croce “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” facendo così di noi altri figli di Dio e fratelli suoi…

Si! Dio ci ama immensamente e noi dobbiamo fidarci di questo amore. Egli con la sua croce e il suo “abbandono” ha dato un senso ad ogni nostro dolore.  E’ questo “l’amore più grande” ed anche noi, fidandoci del suo amore, possiamo vedere un “suo Volto” in ogni dolore, amare Gesù in esso, dargli un senso, offrirlo e superarlo.

Sei malato? Egli si è fatto malattia e morte  sulla croce per amore di ognuno di noi. Ti senti tradito? Gesù si è lasciato tradire per amore nostro. Sei solo? Egli è stato abbandonato da tutti per amore nostro. Hai sbagliato? Gesù benché innocente si è fatto trattare da peccatore per amore nostro. C’è un distacco? Egli ha provato per noi il più grande distacco che si possa immaginare quello tra Dio-Figlio che non sente più Dio-Padre…

Con il suo esempio, Egli ci ha fatto capire che il vero amore richiede di spostare sé stessi, di vivere per l’altro, anche nelle piccole cose quotidiane, fino a dare la vita.  Il Suo amore ci interpella individualmente e ci chiama a una risposta d’amore.  Partendo da questo amore, sicuri che siamo nel cuore del Padre, possiamo ripartire ogni volta, amando, sforzandosi continuamente di fare il bene dell’altro, facendo di ogni ostacolo un trampolino di lancio.  

LETTURA

LA TRAMA

 “Se guardiamo con occhio umano la sofferen­za, siamo tentati di cercarne la causa o in noi, o fuori di noi, nella cattiveria umana ad esem­pio, o nella natura, o in altro… E tutto ciò può essere anche vero. Ma se pen­siamo solo in tal modo, dimentichiamo il più.

Ci scordiamo che dietro la trama della nostra vita sta Dio con il suo amore, che tutto vuole o permette per un motivo superiore, che è il nostro bene. Per questo i santi prendono ogni avvenimento doloroso, che li colpisce, diretta­mente dalla mano di Dio. Per loro il dolore è voce di Dio e null’ altro. Gesù è la spiegazione del loro stesso patire: Gesù crocifisso. Per questo non maledicono il dolore, ma lo accet­tano, lo abbracciano.

Apriamo il vangelo: Gesù, dopo averci invita­ti a prendere la nostra croce per seguirlo, non afferma forse: « … perché chi avrà perduto la sua vita (e questo è il colmo del patire) la tro­verà» (Me 8, 35)? Il dolore è quindi speranza di salvezza”. (da Chiara Lubich “Dove la vita si accende” Città Nuova Ed. IV ed. 2008) 

11) La castità coniugale 

Abbiamo detto che il matrimonio è una donazione totale reciproca, che investe tutti gli aspetti della vita degli sposi: le idee, gli affetti, la psicologia, la fede, il corpo, le pulsioni, i desideri, per cui la donazione fisica sarebbe menzogna se non fosse segno o frutto della donazione personale totale che comprende l’intero progetto di vita.

L’amore è la forza che permette ai due sposi di arrivare a questa comunione. Esso ha due aspetti particolari:

  1. è caratterizzato da quell’atteggiamento interiore di apertura all’altro/a che prevede l’uscire da se stessi per volere il bene dell’altra persona,
  2. è capace di penetrare e riempire ogni azione, gesto, manifestazione in modo autentico: esso tende sempre ad essere pieno, totale, completo, fedele, indissolubile, fecondo.

La castità coniugale è una virtù che educa la coppia a convogliare pensieri, pulsioni, desideri, affetti, sensibilità, tutto, al dono e la orienta verso il fine  immesso da Dio nel dono della propria genialità che consiste nel generare una nuova vita.

La castità coniugale è dunque la capacità di guidare le pulsioni al dono d’amore e di contenere le espressioni che non sarebbero amore autentico.  Non si tratta infatti di spogliare l’unione sessuale dal piacere sensibile, né privarla del suo carattere di libera e spontanea effusione, ma di compierla in modo tale che sia espressione sino in fondo d’amore, che con essa si comunica. 

Il matrimonio non è la licenza a dar sfogo senza controllo ad ogni impulso. Ci sono infatti delle situazioni umane, di malattia, di stati psicologici, di lavoro, ecc. di uno o dell’altro dei due coniugi i quali non permettono l’espressione concreta della genitalità; ma non per questo deve venir meno il dono d’amore tra i due.

La virtù della castità coniugale aiuta a vivere e a gestire la propria sessualità.

PATERNITÀ E MATERNITÀ RESPONSABILE

L’atto coniugale ha un doppio significato: unitivo della coppia e procreativo secondo il progetto di Dio.  La procreazione umana, però, affinché sia un valore morale, deve essere frutto di una donazione sponsale, e questa, per esserlo a sua volta, non deve negare la potenziale vita che può suscitare.

Da un lato l’unione degli sposi rende gioiosa la procreazione dei figli, dall’altro questa rende più forte l’unione personale degli sposi attraverso la presenza dei figli, che costituiscono l’opera comune degli sposi.  Questo è il disegno di Dio e per questo motivo non si può eliminare nessuno dei due significati inclusi nella vita sessuale degli sposi: l’atto coniugale, altrimenti, verrebbe privato della verità e dell’amore sincero, sarebbe falsificato e deviato dall’egoismo.

Quanto più gli sposi si sanno accogliere come dono, tanto più sanno accogliere come dono i figli; quanto più i figli sono accolti come dono, tanto più si sanno accogliere reciprocamente.

La sessualità matura della coppia umana richiede che le due persone si riconoscano l’un l’altro come dono di Dio.  Essi vivono un momento di speciale responsabilità a motivo della potenzialità procreativa connessa con l’atto coniugale.   I coniugi, infatti, possono, in quel momento, diventare padre e madre, dando inizio all’esistenza di una nuova vita umana.

Essere cooperatori di Dio nel trasmettere la vita comporta responsabilità nell’esercizio della sessualità.  Per validi motivi, infatti, gli sposi possono voler distanziare le nascite dei loro figli.  Devono però verificare che il loro desiderio non sia frutto di egoismo, ma sia conforme alla giusta generosità di una genitorialità responsabile. Il carattere morale del comportamento non dipende, inoltre, solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma anche dal rispetto della mutua donazione e della procreazione umana.

Dal non rispettare il criterio morale nasce il concetto errato che gli sposi sono gli autori del fenomeno scientifico vita per cui possono decidere quando e se avere figli.  Da qui nascono comportamenti come la fecondazione artificiale (esigo un figlio ad ogni costo e quando lo voglio), la contraccezione (rifiuto un figlio quando non lo voglio), l’aborto (respingo, in modo radicale, il figlio che non volevo o che è “riuscito” male).

L’atteggiamento moralmente corretto invece spinge gli sposi ad accogliere un figlio, se si presenta, dopo essere stato “chiamato”.  Questo criterio è sostenuto dalla convinzione che gli sposi non sono autori della vita: gli sposi possono, in piena libertà, chiamare alla vita col gesto coniugale fertile e, se essa si presenta, accoglierla come dono che porta la sua ricchezza, il suo progetto da realizzare.

La scelta dei Metodi Naturali

Rispetto ad anni fa l’atteggiamento verso i metodi naturali è profondamente cambiato: oramai gli studi scientifici hanno ampiamente dimostrato l’affidabilità e l’efficacia di questi metodi, tanto che sono numerose le tesi di laurea e di specialità su di essi.

Perché tutto questo lavoro riesca a far sì che le coppie scelgano questa strada occorre però una comprensione del significato più profondo dei Metodi Naturali: la capacità di accogliere un figlio.

Non è sufficiente conoscere la fertilità o la infertilità (la conoscenza è un fenomeno a carico dell’intelligenza), ma occorre l’accettazione di esse (il che comporta l’adesione del cuore): occorre, cioè, accettare di non essere padroni della nostra fertilità, come non lo siamo ad esempio della nostra salute.

I Metodi Naturali non sono quindi solo strumento di conoscenza della fertilità; essi presuppongono anche l’accettazione di sé e del coniuge.  Il gesto quotidiano della registrazione dello stato della fertilità corrisponde così alla ripetizione di una dichiarazione: “Ti accolgo come sei, ti amo come sei” che si contrappone all’istintivo: “Ecco come ti vorrei, ti vorrei diversa, perché …”.

Attraverso i Metodi Naturali è possibile fare delle scelte di paternità e maternità coscienti e rispettose della dignità degli sposi, scegliendo insieme il momento opportuno per chiedere il dono di una nuova vita.

Spesso molte coppie presentano difficoltà nel praticare l’astensione periodica richiesta dai Metodi Naturali: essa è spesso rifiutata perché è definita un limite alla libertà e richiede la rinuncia al desiderio.

Essa in realtà educa al rispetto del coniuge, portando alla riscoperta della tenerezza, ma richiede comunque sacrificio: in una coppia dove regna l’amore, infatti, gli sposi desiderano comunicarsi il bene che si vogliono, anche fisicamente.

Accettare l’astensione periodica significa rispettare il tu del coniuge ed il progetto di Dio sulla coppia, per cui il problema non è più in termini di vantaggio/svantaggio (vale o non vale la pena), ma “accettare o meno” di fare spazio, nella propria vita, al progetto di Dio.   L’astensione periodica, in quest’ultimo caso, non assume più le caratteristiche del sacrificio inutile, ma diventa dono di comunione e testimonianza al mondo che è possibile fare sì che le vie del Signore diventino le nostre vie.

LETTURA

Giordani nel suo libro “Dio”  scriveva “Dio è in tre Persone perché è amore” e “perché è amore il Padre ha generato da sempre un Figlio e, sostanza del loro amore, è proceduto lo Spirito Santo: e nelle tre persone il circuito dell’amore è perfetto. Natura dell’amore è effondersi.”   Diceva ancora “questa effusione dell’Amore, con l’incarnazione della seconda Persona della Trinità, ha investito l’uomo che deve subito riversarlo sul prossimo in modo che la società sia tutta rinnovata dall’amore fraterno”.  

Il Concilio scrive “L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino”.   Giordani commenta la frase “Ami il coniuge e lo inserisci nella comunità delle Persone divine. Hai la carità, hai la Trinità.  Amando tua moglie ti fai santo. Nell’amore infatti è il sacramento che opera, immettendo il divino nel circuito umano, ogni momento, in ogni luogo”.   “Compito di padri e madri è d’essere genitori di Cristo (scrive in “La famiglia comunità d’amore”) e dunque madri del Signore, come Maria: Maria la prima laica che diede al mondo Gesù”. 

12) LA FAMIGLIA E LA PREGHIERA

(Tratto da una meditazione di Chiara Lubich)

LA FAMIGLIA

Oggi si sta sempre più sferrando un attacco frontale alla fami­glia. La famiglia è minacciata dal decadimento dei valori morali, dal materialismo e dal consumismo.  Sociologi, educatori, politici, moralisti dicono le loro opinioni, ma a noi cristiani credo interessi soprattutto il pensiero di Dio sulla fami­glia, il posto che Egli le dà.

Per comprendere il valore che la famiglia ha per Dio bastano poche con­siderazioni:

  • quando Dio ha creato il genere umano, ha plasmato una famiglia;
  • quando il Verbo di Dio è venuto in terra, ha voluto nascere in una famiglia;
  • quando Gesù ha iniziato la sua vita pubblica stava festeggiando una nuova famiglia.

Dio ha avuto talmente a cuore la famiglia, l’ha pensata come realtà di tale importanza da imprimervi la sua stessa impronta. Essa, infatti, riflette la vita stessa di Dio, la vita della SS. Trinità.  E ciò è sufficiente per dire cos’è per Dio la famiglia.

Ma come ha concepito Dio la famiglia? Dio che è amore, ha ideato la famiglia come un intreccio d’amore: amore nuziale fra gli sposi, amore dei genitori verso i figli e di questi verso i genitori. Amore dei nonni per i nipoti, dei nipoti per i nonni, per gli zii e viceversa. Gesù ha, poi, sublimato tutto quest’amore naturale, con l’amore divino che ha portato sulla Terra.  Cosi la fa­miglia è divenuta, oltre che la cellula prima dell’umanità creata da Dio, anche la cellula base della Chiesa fondata dal Figlio. I componenti della famiglia sono quindi chiamati, singolarmente ed insieme, all’importante compito di edificarla come piccola chiesa domestica.

COS’È LA PREGHIERA

La preghiera è qual­cosa di essenziale per l’uomo, perché l’uomo è stato creato ad immagine di Dio ed è quindi in grado di porsi di fronte a Dio, come creatura di fronte al suo creatore, ma anche come suo interlocutore.   L’uomo è in grado di allacciare una relazione con Dio e questa possibilità è talmente esclusiva da esserne costi­tutiva.  In altre parole, l’uomo non è se stesso se non realizza questa sua specifica voca­zione di essere il “tu” di Dio.

Coltivare il rapporto con Dio, stare in comunione con Lui, vuol dire innanzitutto pregare. Per cui l’uomo è pienamente se stesso, cioè come Dio l’ha pensato, solo se prega. D’altro canto è evidente quanto anche nelle altre religioni sia importante pregare, a testimonianza dell’azione dello Spirito Santo che continuamente spinge l’uomo a rivolgersi a Dio.   Anche nel nostro mondo scristianizzato, dove non più Dio, ma l’uomo è messo al centro della vita, vi è un ri­torno, un desiderio, una sete di preghiera: segno che dall’uomo, in ogni epoca, emerge la sua vera natura: il suo essere a immagine di Dio.

La preghiera per noi cristiani non è solo un fatto personale, ma, essendo noi tutti uniti gli uni gli altri nel Corpo mistico di Cristo, è anche un fatto comunitario, ecclesiale.

Noi siamo, cioè, come vasi comunicanti: quando s’introduce nuova ac­qua in uno di essi, il livello del liquido si alza in tutti. Cosi è per la preghiera: quando uno prega, eleva la sua anima a Dio e contemporaneamente, si elevano a Dio anche le anime dei fratelli.  Ciò è vero soprattutto per la Messa, che è al vertice della pre­ghiera cristiana.

LA FAMIGLIA E LA PREGHIERA

La prima scuola di preghiera è la famiglia: ciò che si è ap­preso in famiglia si vive poi tutta la vita. Se non si insegna a pregare in famiglia, soprattutto nei primi sei anni di vita, difficilmente poi si potrà colmare questo vuoto.   Il futuro dell’evangelizzazione dell’uomo dipende, quindi, in gran parte dalla famiglia, «Chiesa domestica», e i genitori ne hanno la responsabilità.

Perché i bambini imparino a pregare, devono anzitutto sapere che Dio c’è e che è Amore.  Essi lo comprendono non tanto dalle parole, ma soprattutto dalla testimonianza di amore reciproco dei genitori:  il Vangelo dice infatti: «Che tutti siano uno (cioè uniti nell’amore) affinché il mondo, creda» (Gv 17, 21).  I nostri bambini non reste­ranno indifferenti davanti alla testimonianza di genitori che si amano e cominceranno a capire che esiste Qual­cuno, Dio, che avvolge tutti col suo amore e ver­rà loro spontaneo rivolgersi con fiducia a Lui.

E’ importante quindi impostare nel modo giusto questo amore vicendevole, perché non sia solo umano, ma sia come Gesù comanda. Egli vuole che lo sposo non veda e non ami nella sposa solo colei con cui divide la vita, ma ami in essa Cristo stesso. Gesù infatti ritiene fatto a sé quanto si fa a lei e viceversa. Inoltre, Gesù nella sposa e nello sposo và amato con la misura che Egli ri­chiede: «Amatevi come io vi ho amati» (Gv 13, 34), quindi fino ad esser pronti a dare la vita l’uno per l’altro. Se i ge­nitori avranno sempre presente ciò, sia quando pre­gano o lavorano o si mettono a tavola, sia quando riposano o studiano, o ridono o giocano con i loro figli…, tutti i momenti sa­ranno buoni per testimoniare l’amore di Dio. Non solo. Ma, per questa testimonianza che esige sacrificio, i genitori diverranno doppia­mente punto d’attrazione per i loro figli per chè sta scritto: «Quando sarò innalzato sulla croce tutto at­tirerò a me» (Gv 12, 32).

Per cui, se i genitori pregheranno insieme anche con qualche atteggiamento esterno, come l’inginocchiarsi, fare il segno della croce, i piccoli li imiteranno, poi verrà anche il momento di insegnare loro a pregare con brevi preghiere che per il bambino sarà l’inizio del suo dialogo con Dio.  Con gli anni, poi verranno preghiere più precise e la lettura dei Vangeli.   Fiorisce cosi la preghiera in famiglia.

PREGARE INSIEME, UNITI NEL NOME DI GESÙ

La preghiera in famiglia è una preghiera speciale: ha un’efficacia eccezionale.  Gesù, infatti, a coloro che pregano insieme, uniti nel suo nome, cioè nel suo amore, promette la sua stessa presenza: «Dove due o tre sono uniti nel mio nome io sono in mezzo ad essi» (Mt 18, 20). Egli, dunque, è li, a pregare con la famiglia, nella famiglia, e se Lui è li, come potrà il Padre non ascoltare?

Cosi la famiglia sperimenterà pre­sto gli interventi della provvidenza di Dio e la fede crescerà e con essa si valorizzerà la preghiera.

COME E QUANDO PREGARE

Non dobbiamo fare discorsi: bastano poche parole. Vari sono i tipi di preghiera e vari sono i momenti della giornata in cui si può pregare.

Al mattino, al risveglio, con brevi preghiere per offrire a Dio la nostra giornata.  DoniamoGli  il nostro impegno e le eventuali sofferenze.

Possiamo rivolgerci a Lui prima dei pasti per ringraziarlo e per pregare per chi è nel bisogno.

Si può pregare anche durante le giornate, mentre siamo presi dalle cose da fare (lavoro, studio, divertimento, sport): è indispensabile che la famiglia cristiana insie­me, o nei suoi singoli membri, trovi il tempo e il coraggio di astrarsi, di tanto in tanto, dal mondo esterno per dedicare qualche minuto a Dio, magari con la meditazione.

Ogni giorno non dobbiamo mancare di leggere qualche brano della S. Scrittura, specie del Vangelo, o qualche buon libro spirituale, soffermandoci a considerare i vari punti che più ci colpiscono, per trarne qualche utile proposito per la nostra vita.

Il Rosario in famiglia è poi una preghiera veramente efficace.  Con esso si possono passare in rassegna i misteri della nostra fede, ci si rivolge più volte a Maria, chiedendo il suo aiuto. La Chiesa consiglia fortemente il rosario, ma se ciò risultasse troppo, si potranno re­citare almeno, ogni giorno, dieci «Ave Maria».  Lei, madre di famiglia, è la porta che ci unisce a Dio.

Alla sera, poi, prima di coricarsi, c’è ancora il tempo per qualche breve preghiera in famiglia, ringraziando della giornata trascor­sa e chiedendo perdono per gli sbagli commessi, con il proposito di migliorarci il giorno dopo.

Queste sono solo alcune delle preghiere che si possono fare in famiglia durante le nostre giornate, lasciando a chi può ogni altra iniziativa bella, come la visita a Gesù in chiesa sempre troppo solo…

In famiglia, poi, ogni avvenimento può diventare occasione per pregare insieme: per il buon esito di un esame, per una nascita, per una persona ammalata, per una questione economica, perché si risolva una crisi spirituale o una lite, ecc.  Gesù ha detto: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, picchiate e vi sarà aper­ta» (Mt 7. 7). E, se l’ha detto, è cosi.

LA MESSA

Culmine di tutte le preghiere è la san­ta Messa, quando la famiglia si immerge nell’assemblea cristiana che si riu­nisce, ascolta la Parola di Dio e partecipa all’Eucarestia.   Chi crede, vorrebbe sempre offrire a Dio qualcosa di adeguato e nella santa Messa può farlo.  Infatti, durante la celebrazione eucaristica, con il sacerdote, possiamo offrire al Padre Gesù stesso, con le sue sofferenze d’immenso valore alle quali si possono unire le proprie; possiamo inoltre ringraziarlo e chiedergli perdono dei nostri sbagli.

PREGARE SEMPRE, PREGARE BENE

Gesù ci chiede, quando preghiamo, di dire poche parole, ma ci chiede anche di «pregare sempre senza stancarsi mai» (Lc 18, 1).  Come si può attuare ciò, con la vita frenetica che conduciamo? Facendo d’ogni nostra azione un atto d’a­more a Lui.  Ripetendo possibilmente ad ogni, azione un «Per te», come insegna an­che qualche santo.  Perché «pregare sempre» non significa mol­tiplicare gli atti di preghiera, ma orientare l’anima e tutta la vita a Dio: studiare per Lui, lavorare, soffrire, riposare solo per Lui, compiendo ogni nostra azione nel modo migliore possibile, affinché sia un prolungamento dell’azione creatrice di Dio e redentrice di Gesù. Tutto il nostro agire cosi si trasforma in un’azione sacra.

Per aiutarsi a pregare bene è importante anche scegliere un ambiente adatto (ad esempio una stanza, il giardino o in mezzo alla natura, come faceva Gesù). Si può pregare anche in macchina, dove spesso si raccoglie tutta la famiglia, o di fronte ad un’immagine sacra che ri­cordi il Cielo a cui ci rivolgiamo. È importante premettere sempre pochi secondi di racco­glimento, per renderci conto di fronte a Chi siamo ed essere sempre coscienti di quante gra­zie già chiediamo con le varie preghiere im­parate in famiglia.

Pronunciare le parole lentamente, senza fret­ta, in modo da poterle far nostre e mettervi tutto il nostro cuore. Cosi facendo costate­remo ben presto che una preghiera lenta e ben fatta è leggera e non porta noia, perché unisce la persona con il suo Dio, mentre una preghiera affretta appesantisce l’anima.

Se si preferisce, si può anche parlare a Dio in modo spontaneo e confidare a Gesù e a Maria le cose nostre più segrete; dire loro quanto li vor­remmo amare, di quanto aiuto avremmo bi­sogno, quali sono le nostre difficoltà, le no­stre speranze, i nostri progetti e farlo con fede e perseveranza: «Se avrete fede e non dubiterete, anche se direte a questo monte: Levati di li e gettati nel mare, ciò avverrà» (Mt 21, 21).

Queste alcune idee sulla preghiera in fami­glia. Se tutto non si può fare, facciamo almeno qualcosa. Se con tutti i membri della fami­glia non possiamo ritrovarci a pregare, fac­ciamolo con chi è disposto. Ma la preghiera in famiglia ci sia o ritorni. La famiglia, so­prattutto oggi, ha bisogno della protezione del Cielo.

L’AMORE AL FRATELLO:

VIA ALL’UNIONE CON DIO

Chiudiamo con un’ultima considerazione ed un suggerimento.

Viviamo le nostre giornate stimolati da mille fattori come non mai; siamo in un mondo che offre continui svaghi, notizie, immagini. La televisione, la radio, il telefono, molti ru­mori ci stordiscono. Anche senza volerlo, anche con un certo controllo, subiamo tutti più o meno le tante voci che arrivano alle nostre orecchie, non possiamo esimerci dal recepire le varie idee che i mass media for­niscono.

E difficile liberarsi da questo autentico bom­bardamento.

Come astrarsi allora per dare un po’ di tempo alla preghiera?

Con la ragione, certo, perché ci vuole anche la nostra buona volontà, rafforzata dalla fede. Ma an­che seguendo le indicazioni che lo Spirito Santo suggerisce alla Chiesa di oggi, proprio per gli uomini dei nostri tempi. Siamo in un’epoca in cui viene in rilievo nella Chiesa la funzione del laicato suscitando, ad esempio, movimenti con spiritualità adatte a loro. Le spiritualità nate dopo il Concilio Vaticano II, per unire i laici maggiormente a Dio, non li tolgono dal loro ambiente. Non chiedono tanto grandi penitenze o prolunga­ti digiuni per garantirsi un’autentica vita cri­stiana, come poteva avvenire in altri tempi, ma fanno trovare proprio in mezzo al mondo, dove si vive gomito a gomito con i prossimi di ogni genere, la strada per arriva­re a Dio.

Queste spiritualità sottolineano che cuore del cristianesimo è l’amore al fratello, per amore di Cristo, perché in ciò sta il compimento della legge ed insegnano e spingono a quest’amore: a metterlo in pratica costantemente, condividendo con chiunque s’incontri nella vita, dolori, fatiche, ansie, preoccupazioni ed anche gioie, invitando a fare di quest’amore il perché del­la propria vita.  Questi laici cosi impegnati, tutti protesi nella tensione d’amare lungo il giorno i propri fratelli, dimentichi di sé, quando si raccolgo­no in preghiera, trovano Dio stesso, presen­te in fondo al loro cuore, che li invita ad un’unione profonda con Lui. E si apre con Lui, da cui si sentono amati, un colloquio spontaneo e amoroso. E un’esperienza, que­sta, meravigliosa, che tutti possono provare. Avviene come per una pianticella in cui più la radice affonda nel terreno, più il fusticino svetta verso il cielo. Qui, più sì penetra nel cuore del prossimo per portare con lui dolo­ri e gioie, più l’anima si unisce a Dio.

CONCLUSIONE

Ci sono allora, oggi, nella nostra società, forze, stimoli che attirano fortemente verso un mondo esterno fatto spesso di vanità, che ipnotizzano quasi l’uomo, lo mortificano nella sua azione creatrice, che lo rendono prigionie­ro e illuso con la promessa di felicità a poco prezzo?

Ma c’è anche una forza interiore che attira l’uomo nel profondo del suo cuore, che im­munizza dallo spirito del mondo, che lo chiama ad un tipo di preghiera tutto partico­lare e gli offre una pace che il mondo non conosce, gioie imparagonabili con quelle del mondo, consolazioni che saziano.

La famiglia, piccola chiesa laica, impari a percorrere anche queste nuove vie che lo Spirito Santo addita oggi per raggiungere il Signore. Ogni preghiera che reciterà acquisterà nuove profondità, cosicché la famiglia sarà sempre più di Dio e su di essa Dio potrà compiere i suoi disegni.  Così è stato della Madonna, a cui chiediamo ancora oggi di guardare a tutte le nostre famiglie, di avvolgerle nel suo amore di madre, di farle simili alla sua, la più santa famiglia che mai sia esistita e mai esisterà: quella con Gesù suo figlio e con Giuseppe, suo sposo.

13) UOMO DONNA

Tratto e adattato

da un lavoro di Maria e Raimondo Scotto

Uomini e donne sono diversi: è un dato di fatto. Ad esempio, il cervello femminile presenta un maggiore sviluppo dell’emisfero destro, che spiega la propensione della donna a sviluppare la sensibilità, l’interiorità e l’intuizione, mentre nell’uomo prevale l’emisfero sinistro: quello della sfera logico-razionale e dell’orientamento spazio-temporale.  Ogni essere umano, però, possiede in sé alcune caratteristiche dell’altro sesso.

Le nostre differenze sessuali sono influenzate sia dalla biologia, sia dall’ambiente. Nella donna, infatti, non possiamo sottovalutare il coinvolgimento emotivo della maternità o le cicliche variazioni ormonali. Così la donna è naturalmente più adatta a comprendere il linguaggio corporeo dei bambini, i toni del pianto.   Nell’uomo è importante, invece, l’influsso degli ormoni maschili nella comparsa dell’aggressività, che lo rende più adatto ad aiutare i figli a rapportarsi con gli altri.

Le differenze tra l’uomo e la donna sono tante ed è bene imparare a conoscerle, per meglio comunicare tra noi:

  • L’intelligenza. L’intelligenza femminile è più intuitiva rispetto a quella maschile: la donna riesce ad avere una comprensione più immediata e globale della situazione. L’intelligenza dell’uomo, invece, è più analitica e astratta. Può accadere così che la donna possa pretendere che l’uomo capisca da solo ciò che lei vuole comunicare, senza che debba spiegargli il suo pensiero; oppure che l’uomo perda il controllo di fronte a quella che lui ritiene una mancanza di ragionevolezza.
  • La capacità relazionale. La relazione non è al centro degli interessi dell’uomo, mentre per la donna è fondamentale.
  • L’emotività. La donna è più emotiva rispetto all’uomo. Il cervello femminile memorizza meglio di quello di un uomo gli eventi emotivi, fin nei minimi dettagli. Per esempio, una moglie ricorda ogni particolare di un litigio con il marito. Il marito invece ricorderà solo che hanno litigato.
  • L’affettività. Per la donna è un aspetto indispensabile della vita di relazione. Ella ama i piccoli gesti di affetto, le piccole attenzioni, la delicatezza e la tenerezza dell’uomo. Per l’uomo, al contrario, queste esigenze possono apparire superflue: per esempio, non dirle spesso “ti amo”, non accorgersi della nuova pettinatura, per la donna significa essere trascurata, mentre per l’uomo no, perché considera già acquisito e sicuro il rapporto affettivo, indipendentemente dal tipo di abito o di pettinatura.
  • La sessualità. L’uomo cerca il rapporto sessuale per il bisogno del contatto fisico, ma anche, inconsciamente, per una verifica della propria virilità. Per la donna, invece, il rapporto fisico acquista significato solo se espressione d’amore per il suo uomo e del suo uomo per lei. In ciò, la donna può aiutare l’uomo ad essere più attento alla qualità della relazione di coppia, mentre l’uomo può aiutare la donna a valorizzare la corporeità, il dono di sé, anche attraverso l’intimità fisica.
  • La comunicazione. Per l’uomo la conversazione è un mezzo per comunicare fatti, mentre per la donna è anche un segno di affetto o di amicizia. Le frasi di un uomo sono brevi e ben strutturate, l’esordio è limpido, l’argomento chiaro, la conclusione lineare. Le donne, invece, usano le parole per lanciare più messaggi contemporaneamente.
  • La dimensione etica. L’uomo in genere si lascia guidare da principi di carattere generale, mentre la donna si fa coinvolgere dal caso umano, individuale, che per lei è più importante dei principi generali.
  • Lo spazio. L’uomo tende a ad esplorare e a trasformare l’ambiente in cui vive. La donna, invece, tende a circoscrivere lo spazio, ad accogliere, a custodire la vita, a penetrare nell’intimità delle cose.
  • La maternità-paternità. Tutto l’organismo femminile è naturalmente orientato verso la generazione di una nuova vita e la sua cura. Questo ha delle ripercussioni psicologiche anche nel suo modo di vivere la sessualità e il rapporto con gli altri. Per l’uomo, invece, l’evento della paternità ha una risonanza prevalentemente sociale. Egli resta sempre un pò all’esterno del processo di nascita del bambino e deve per tanti aspetti imparare dalla madre la sua “paternità”.
  • L’abitazione. Per molte donne arredare la casa esprime la propria visione della vita e il proprio ideale di famiglia. Ogni oggetto (tende, mobili, tappezzeria, ecc.) è avvertito come un prolungamento del proprio corpo; per questo è la donna che, generalmente, si prende cura della casa e non vuole che persone estranee vi entrino, se non è perfettamente in ordine. L’uomo non comprende tutto il lavoro che la donna compie per rendere la casa armoniosa e accogliente; entra in casa distratto, butta in giro la sua roba, non si accorge neanche della pulizia che è stata fatta e la donna può percepire la cosa come disinteresse verso la sua persona. Questo capita perché l’uomo avverte la casa come rifugio dalle tensioni sociali.
  • Le regole. Nei giochi infantili i maschi sono più interessati alle regole, le bambine ai rapporti. Ne risulta un’identità femminile maggiormente orientata allo stare con gli altri, mentre quella maschile è maggiormente orientata all’organizzazione dei rapporti.
  • La visione a cono. Il modo di vedere maschile, a differenza della donna, è predisposto per le lunghe distanze. Da questo potrebbe dipendere la sua capacità di penetrare più profondamente nelle diverse situazioni come la punta di un cono (visione a cono), di avere una maggiore aderenza ai fatti concreti, così difficile per la donna quando sono in gioco sollecitazioni emotive.
  • Interiorità e desiderio di esplorazione. La donna più dell’uomo è portata all’introspezione, mentre tipico dell’uomo è il desiderio di esplorare, di possedere spazi sempre più ampi.
  • Difesa della famiglia e dei figli. Sia l’uomo che la donna sono portati a proteggere. La donna cerca di farlo custodendo la famiglia, creando l’ambiente adatto allo sviluppo di ciascuno. L’uomo, invece, è più incline alla difesa dai fattori esterni.

Il maschile e il femminile, dunque, sono due modi profondamente diversi di vedere il mondo. Ognuno dei due sessi, di fronte alla medesima situazione, coglie caratteristiche diverse.  Non sono due visioni contrapposte, ma due modi di vedere che si completano a vicenda. L’uomo e la donna, sono, dunque, in questo senso, complementari, ma ciò non deve far pensare che siano due esseri incompleti e che abbiano bisogno del rapporto con l’altro sesso per completarsi.  Oggi si preferisce parlare, infatti, di reciprocità per indicare non tanto il congiungersi di due metà, ma l’incontro tra due persone già complete in sé. Uomo e donna sono chiamati a porsi l’uno di fronte all’altra come due esseri completi in sé, che si donano le loro reciproche ricchezze, arricchendo così di nuove sfumature la loro personalità.

Cerchiamo ora di cogliere quei “tesori” specifici dell’uomo e della donna che, se valorizzati, possono rendere più armonica la vita di coppia.  

IL GENIO FEMMINILE

Giovanni Paolo II, nell’enciclica Mulieris dignitatem, sottolinea, come caratteristica della femminilità, la sua capacità di accoglienza. La donna «è colei che riceve l’amore, per amare a sua volta» ed è perciò immagine della persona che si lascia amare da Dio, accogliendo il suo amore per riversarlo sugli altri. La donna ha una speciale predisposizione alla carità e alla generazione della vita e, per la felicità delle persone amate, è davvero pronta a tutto. La donna presenta un pensiero fluido, capace di perseguire una conoscenza non solo razionale, ma anche frutto di intuizione e di sentimento, caratterizzata da una continua attenzione all’essere umano concreto.  La donna sa calarsi nei panni dell’altro e partecipare con calore ai suoi problemi, dando attenzione ai piccoli gesti d’amore. Sia gli uomini che le donne devono sviluppare questo sentimento, ma la donna, nelle relazioni difficili, è spesso la prima  a riprendere il dialogo.

IL GENIO MASCHILE

Rispetto ai secoli precedenti, la donna si sta sempre più affermando rispetto all’uomo che al contrario appare disorientato, avendo perso il suo ruolo tradizionale. Per questo è importante che l’uomo si riappropri delle sue caratteristiche specifiche: lo slancio, la capacità di rischiare, il donarsi gioioso, il vigore, il coraggio,  evitando, però, atteggiamenti di supremazia e facendo spazio ai sentimenti.  Ciò vale anche nei confronti dei figli: ci sono sempre più papà che preferiscono fare “l’amico del figlio” piuttosto che prendersi le proprie responsabilità. C’è, invece, ancora bisogno della figura del  “padre”: la figura paterna ha un ruolo cardine nel percorso evolutivo di ogni persona, essendo rappresentativo della normativa sociale, con cui ognuno di noi deve necessariamente rapportarsi.  Ci sono troppi padri in fuga, o perché sempre impegnati nel lavoro, o per senso d’inadeguatezza o per paura di cadere nell’autoritarismo. I bambini hanno bisogno di uomini adulti che forniscano loro regole chiare per orientarsi, che permettano loro di sperimentare i propri limiti,  di irrobustire il carattere in vista del momento in cui dovranno staccarsi dalla famiglia. Senza regole, i bambini vanno facilmente incontro a uno stato d’insicurezza che li può portare a sfidare continuamente il mondo degli adulti.  L’uomo, rispetto alla donna, ha più forte l’istinto di guidare, con capacità di discernimento che non si fa confondere dai coinvolgimenti emotivi.   Sa, inoltre, dare la necessaria spinta a crescere, ad andare avanti, a trasformare la realtà. Il tipo nuovo di padre che deve emergere condivide fino in fondo le responsabilità familiari, insieme con la madre, capace però di continuare ad indirizzare, senza rinchiudersi in un ruolo puramente affettivo.

La reciprocità tra l’uomo e la donna presuppone, l’incontro di due persone che si scambiano la ricchezza delle loro specifiche differenze. Solo così le persone si realizzano pienamente e scoprono il valore della loro sessualità.   Concretamente significa sapersi mettere nei panni dell’altro, saper cogliere le sue esigenze, fargli spazio, ascoltarlo e donargli il nostro pensiero per amore.  Le diversità vanno accolte, non tollerate. Non si può negare che a volte ci sono diversità che possono essere fonte di dolore. Pensiamo all’uomo aggressivo, alla donna troppo apprensiva con i figli, alle persone incapaci di impegnarsi seriamente nel lavoro, ecc.; queste sono caratteristiche negative che non rientrano nelle differenze sessuali. In questi casi bisognerà prendere atto dei nostri limiti e di quelli dell’altro: guardarli con obiettività e fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità per risolverli, senza smettere di sforzarsi di vedere, pur nella sofferenza, l’essenza più profonda di chi ci vive accanto, guardandolo come quel dono d’amore pensato dall’eternità per me.  In genere chi si sente accolto senza critiche distruttive è facilmente spinto a migliorarsi.

Non solo la famiglia, ma anche la società è stata condizionata negativamente dalla distinzione netta dei ruoli. Il fatto che, per tanto tempo, la donna sia stata estromessa dai ruoli chiave, ha fatto in modo che l’uomo sia diventato sempre più proiettato verso l’avere, il potere, anziché verso l’essere, e non sia riuscito a sviluppare del tutto la ricchezza della sua mascolinità, creando una società organizzata su puri criteri di efficienza e produttività. Bisogna quindi aiutare la donna a trovare il suo ruolo nella società, che non è quello di ripetere gli errori dell’uomo, ma di essere fino in fondo se stessa, facendovi entrare entrambe le dimensioni del vivere.

IL SIGNIFICATO PIÙ PROFONDO DELLA DIFFERENZA SESSUALE

Il significato più profondo della differenza sessuale lo cogliamo dalle pagine della Bibbia, in particolare in quelle in cui si parla della creazione dell’uomo e della donna: «E Dio creò l’uomo quale sua immagine; quale immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1, 27).  Da queste semplici espressioni ci rendiamo subito conto che la differenza sessuale trova la sua origine nell’immagine e somiglianza di Dio. È come se Dio avesse avuto bisogno dell’uomo e della donna per esprimere sufficientemente la ricchezza della sua immagine.

Il Dio dei cristiani non è un Dio solitario, ma Trinità, cioè pienezza di comunione e distinzione. Nella differenza sessuale, l’essere umano scopre una chiamata alla comunione, impressa nella propria carne, che non annulla le differenze, ma al contrario le valorizza ancora di più.  La comunione tra l’uomo e la donna rappresenta, quindi, «la prima forma di comunione di persone», modello per tutti i tipi di relazione. Inoltre l’uomo di fronte alla donna scopre la propria identità sessuale, ciò che è, ma anche ciò che non potrà mai essere, il suo limite strutturale; così anche la donna di fronte all’uomo. La differenza sessuale fa, quindi, anche sperimentare la propria contingenza. 

Come cristiani, abbiamo come modello Gesù e Maria.  H. Wolf da una parte riconosce in Gesù “una maschilità esemplare”, dall’altra vede in lui la perfetta integrazione tra mascolinità e femminilità. Maria di Nazaret appare anch’essa come il prototipo dell’essere umano: lei ha pienamente realizzato se stessa, è completa e Dio la vede come il “tipo” della creatura umana, sia essa uomo o donna, nella sua perfezione.

Dal Vangelo possiamo imparare alcune semplici regole capaci di trasformare la vita: amare sempre per primo, senza aspettare che sia l’altro a fare il primo passo, amare cercando di cogliere e valorizzare il positivo dell’altro, cercare di mettersi nei panni dell’altro comprendendo il suo mondo “dal di dentro”, non misurare mai l’amore, ma donarsi sempre con generosità, ricominciare sempre dopo ogni errore, senza scoraggiarsi mai.

Concretamente ciò significherà aver sempre presente che non esistono compiti solo maschili o solo  femminili, ma che si deve collaborare secondo le esigenze e il tempo disponibile di ciascuno. Per i figli, sarà meglio avere un papà fragile, ma valorizzato dalle madre, anziché una madre che accentra tutto, escludendo l’indispensabile contributo maschile. Questo vale anche nei casi in cui è il padre a prendere in mano la gestione economica e organizzativa della famiglia, escludendo la madre da ogni decisione. Significherà raggiungere una buona comunione nel rispetto delle reciproche differenze, concentrandosi sulla realizzazione dell’altro più che sulla propria.

13) COMUNICARE NELLA COPPIA

Tratto e adattato da un lavoro di RINO VENTRIGLIA e RITA DELLA VALLE

La vita di una coppia è simile a un viaggio in treno. Si parte mano nella mano con il desiderio di arrivare a destinazione “insieme”.  Alla partenza c’è il sole! Poi lo scenario cambia: viene la pioggia, il gelo e si può avere l’impressione che quel “Sì, per sempre” non abbia più senso e che l’unica soluzione sia scendere dal treno, magari per prenderne un altro con la speranza che il viaggio sia migliore.

Ogni essere umano è inevitabilmente diverso da ogni altro e le differenze di pensiero, di abitudini, di cultura possono mettere in crisi un rapporto di coppia. Come fare, allora, perché quel “sì” sia per sempre?  È  la consapevolezza della situazione, la sincerità con se stessi e con il partner, il punto di partenza necessario per affrontare i problemi nei quali ci imbattiamo nel corso della vita.

 

Nel CICLO EVOLUTIVO di ogni coppia si possono distinguere cinque fasi: SIMBIOSI, DIFFERENZIAZIONE, SPERIMENTAZIONE, RIAVVICINAMENTO e INTERDIPENDENZA.

  1. La SIMBIOSI è l’esperienza vulcanica dell’innamoramento che ci spinge a costruire il legame. In questa fase, dove l’innamorato si percepisce una cosa sola con il partner, i due devono mettere le fondamenta del loro rapporto attraverso due pilastri: il coraggio di essere se stessi e la sincerità.
  2. Progressivamente, però, emergono le caratteristiche dell’altro, che inizia ad apparirci diverso da come ci era sembrato in precedenza. Diventa più difficile comprendersi e compaiono i litigi.  A questo punto si può pensare di aver commesso un errore, invece sono proprio le crisi, che altro non sono che momenti di passaggio da uno stadio all’altro, che consentono ai due sposi di evolvere nel loro rapporto di coppia.  La famiglia del “Mulino Bianco”, sempre ferma nella fase d’innamoramento, non esiste.  Ci da un messaggio sbagliato: tutto va bene se ci “si sente bene”. Essa si basa sulla ricerca del piacere individuale a tutti i costi e sull’allontanamento del dolore. Invece, per “star bene” nella coppia, bisogna che i coniugi imparino ad accettare il dolore del passaggio da una fase dello sviluppo a quella successiva.  Se si fa ciò, il rapporto si arricchisce di volontà, di costanza, di impegno, di creatività.  Nella fase della DIFFERENZIAZIONE bisogna imparare a parlarsi, a chiarirsi, ad esprimersi, a cercarsi anche quando non ci si sente più come prima; anche quando il dolore e la delusione ci porterebbero a chiuderci in noi stessi.  Così facendo ci accorgeremo che le differenze dell’altro, accolte, ci arricchiscono donandoci punti di vista nuovi.  L’ascoltare il coniuge, anche quando non se ne condivide il pensiero, il provare a comprendere la sua diversità, il cercare un dialogo e il ricominciare sempre nei momenti di incomprensione, allargano la nostra prospettiva e ci fanno sperimentare il significato di essere coppia: passare dalla propria visione della realtà, ad una visione comune delle cose.
  3. Tutto ciò ci conduce a SPERIMENTARE la presenza profonda dell’altro in noi: si prova la gioia che nasce dal nutrirsi della relazione con l’altro, anziché provare la tensione e il timore che nascono dalla paura che l’altro possa allontanarsi.
  4. La coppia giunge infine alla fase dell’INTERDIPENDENZA nella quale ognuno dei due ha una sua identità ed entrambi mettono in comune con l’altro la loro personalità già completa, così da creare il “noi” di coppia che trascende i due coniugi. In questa fase si arriva a sperimentare la “costanza dell’oggetto amato”, avvertiamo cioè che l’altro è profondamente in noi. Nella fase dell’Interdipendenza si costituisce l’identità della coppia; i due partner passano dall’io-tu al “noi”. Ma non più il “noi” della fase dell’innamoramento; emerge, ora, un “noi” che si regge sulla base della RECIPROCITÀ delle due identità complete e definite degli sposi.  In questa fase si sperimenta che anche quando siamo soli, non lo siamo, perché l’altro è presente nel nostro sentire, nelle nostre scelte, nei nostri comportamenti.

 

LA COMUNICAZIONE

C’è un detto indiano che recita: “Se una persona ti dice che hai la proboscide, tu rispondigli: «sei pazzo!». Se una o più persone ti ripetono che hai la proboscide, chiediti se non sei un elefante.” 

Abbiamo visto come la coppia sia una realtà in continua evoluzione e quanti problemi possono nascere a causa dei cambiamenti che essa attraversa. Ci chiediamo allora: esiste qualcosa che possa aiutare i due coniugi nel loro percorso? Sì, è la possibilità di dialogare, di comunicarsi all’altro reciprocamente, ma bisogna imparare a farlo.

Ogni essere umano comunica costantemente, non solo con la parola, ma con tutto il proprio essere.

Ogni messaggio che s’invia presenta sempre due livelli: un livello sociale e un livello psicologico. Quello sociale è trasmesso attraverso le parole; quello psicologico attraverso la mimica facciale, la postura, la gestualità, la distanza fisica che mettiamo tra noi e l’interlocutore, il tono e il ritmo della voce.  Questi due livelli possono inviare lo stesso messaggio, oppure messaggi diversi. Quando i due livelli sono coerenti la comunicazione è chiara.  Quando, invece, si comunica una cosa con la parola e una cosa diversa con l’atteggiamento, la situazione diventa più complessa per due motivi: sia perché si può non essere consapevoli del messaggio psicologico che si trasmette, sia perché ciò che l’altro percepisce è sempre e soltanto ciò che si trasmette con il livello psicologico.  Le nostre reazioni e i nostri atteggiamenti derivano inconsapevolmente dal bambino che siamo stati e dai comportamenti che abbiamo appreso dai genitori e parenti stretti quando eravamo piccoli.  Noi non ce ne accorgiamo, ma gli altri si.

La premessa per un buon dialogo è, quindi, la consapevolezza della nostra personalità.  Ogni uomo percepisce la realtà in modo diverso e le dà un suo personale significato in base alle esperienze vissute e agli esempi ricevuti. Ognuno ha la sua verità e, in buona fede e senza accorgersene, cerca di convincere l’altro che la sua visione è quella giusta. Quando nella comunicazione si instaura questa dinamica si può arrivare al litigio, ma c’è sempre la possibilità di mettersi in un atteggiamento di ascolto profondo dell’altro mettendo da parte la propria verità. Allora si scopre che la prospettiva dell’altro ha degli aspetti interessanti e la propria prospettiva si amplia…

Dall’esperienza maturata negli ultimi anni nel campo della psicologia analitica transazionale, si possono ricavare alcuni consigli pratici per una buona comunicazione di coppia.

  • SAPER ASCOLTARE. Ascoltare vuol dire svuotare la mente in modo da accogliere l’altro. Così la nostra anima si arricchisce della mente, del cuore, dell’anima dell’altro e si forma il “noi” di coppia. Ascoltare significa, ad esempio, fermarsi, chiudere il giornale, spegnere la TV, girarsi verso il nostro interlocutore, aspettare prima di reagire, senza aver fretta di giungere alle conclusioni e alla risposta da dare. Ascoltare vuol dire sintonizzarsi sul cuore e sull’anima dell’altro.
  • SVILUPPARE L’ARGOMENTO OGGETTO DELLA COMUNICAZIONE INVECE DI SPOSTARLO SU ALTRI TEMI. A volte si inizia la discussione su un fatto di per sé poco importante, ma nel corso del litigio vengono poi citati genitori, zii, nonni… Ciò accade quando le nostre parole non corrispondono al nostro atteggiamento che è l’unico messaggio che veramente passa.
  1. ESPRIMERE LE PROPRIE EMOZIONI IN MODO COERENTE CON IL COMPORTAMENTO DELL’ALTRO. Si tende a reagire alle varie situazioni della vita esprimendo le emozioni apprese nella famiglia d’origine e non coerentemente con il problema del momento. Queste reazioni automatiche, non coerenti, non consentono di risolvere le situazioni.
  2. RISPONDERE DIRETTAMENTE ALLO STIMOLO INVIATO. Una comunicazione sbagliata è ad esempio questa: Lui:«Sei cambiata. Ti sento lontana. Cosa provi per me?». Lei: «Sono solo stanca». In questa conversazione, lei non risponde, sposta la comunicazione dal sentimento alla stanchezza. Ciò avviene quando la domanda è percepita inconsciamente come una minaccia. È bene rispondere sempre direttamente. Il dolore non va evitato, fa parte della vita. Guardare in faccia ciò che fa male aiuta ad affrontare le situazioni, per “crescere insieme”.
  3. PARLARE INVECE DI ACCUMULARE “ACCUSE”. Spesso si sente di coppie che non litigano mai. Poi improvvisamente si separano, apparentemente senza una spiegazione. Ciò accade quando non si parla, non si esprimono le difficoltà e si tiene “tutto dentro” accumulando astio ed accuse che esplodono poi tutte improvvisamente.
  4. COMUNICARE DIRETTAMENTE BISOGNI, IDEE, DESIDERI. A volte, per evitare litigi, si nascondono all’altro alcune cose. I segreti personali sono micidiali per la coppia. Si pensa: “diciamoci solo le cose che ci fanno sentire bene”.  È l’illusione della famiglia del Mulino Bianco che non ha dolori, né problemi! È nel confronto quotidiano sulle piccole e grandi cose, invece, che nasce quel dialogo che porta la coppia ad essere unita. È vero che ci sono anche gli spazi personali. L’importante però è comunicare all’altro anche l’esigenza di uno spazio personale. Facendo ciò il partner conserva la fiducia e il livello di comunicazione diventa più profondo e sincero.
  5. L’ALTRO NON È UN MAGO! Non dobbiamo pretendere di essere capiti senza parlare, senza spiegarsi, perché ognuno ha il suo modo di vedere le cose.
  6. EVITARE LA LETTURA DELLA MENTE. Ad esempio «Non parla, allora ce l’ha con me», oppure «Si è dimenticato dell’anniversario, allora non valgo niente per lui». Queste sono interpretazioni di certi comportamenti che nascono da una lettura personale degli eventi e non sempre equivalgono al senso che l’altro dà alla cosa. Il partner, sentendosi accusato, reagisce e si può arrivare al litigio.  Bisogna verificare sempre le intuizioni e non viverle come certezze in quanto possono essere inquinate da convinzioni conseguenza di esperienze del passato.
  7. GIOIRE DELLA GIOIA DEL PARTNER (quando ci racconta di un successo al lavoro, di un incontro significativo, ecc…).
  8. RIDERE INSIEME: l’umorismo e l’ironia consentono di scherzare anche sui propri limiti e rendere, così, “leggero” il rapporto.
  9. FESTEGGIARE I MOMENTI IMPORTANTI (compleanni, onomastici, anniversari soprattutto di coppia).
  10. MANIFESTARE GRATITUDINE verso il partner (quando compie delle attenzioni, per i doni, le rinunce, ecc…).

Ma cosa fare quando il compagno non è disposto al dialogo?  Innanzitutto non dobbiamo rassegnarci a una vita triste: siamo fatti per la gioia e dobbiamo fare il possibile per riconquistarla.  Analizziamo la situazione, prendiamo coscienza dei nostri limiti e di quelli del partner e utilizziamo tutti i mezzi che abbiamo per cercare un rimedio. L’amore ci permetterà di non fermarci davanti al dolore e ai giudizi e di comprendere ciò che l’altro sta vivendo.  È opportuno comunque intervenire al più presto: le possibilità di limitare il danno sono maggiori quando si interviene subito.

La comunicazione nella coppia si esplica anche attraverso il LINGUAGGIO SESSUALE, che va curato ad ogni età per diventare uno strumento di dialogo sempre più profondo.  Separare la sessualità dalla sua valenza affettiva significa rendere oggetto l’altro, snaturandone il significato. Nel rapporto sessuale, infatti, ci presentiamo all’altro in una condizione di ineguagliabile sincerità e vulnerabilità e si ha una possibilità veramente unica di rinforzare l’unità tra i coniugi.   Ricordiamoci dunque che:

  • il partner non ci appartiene,
  • lo si deve amare senza annullare se stessi, perché solo due persone complete possono arricchirsi a vicenda.
  • bisogna prepararsi all’incontro perché questo è solo il culmine di un cercarsi, pensarsi, incontrarsi che deve coinvolgere tutto il giorno.
  • bisogna avere fantasia, non c’è nulla di meglio di un dono a sorpresa per dire all’altro che lo hai pensato.
  • bisogna saper giocare con l’altro e trovare sempre il tempo sufficiente ed il luogo adatto per salvaguardare l’intimità.
  • bisogna infine ricordarsi del bacio: il bacio è espressione dell’intimità di coppia e il suo diradarsi può essere un segnale rivelatore di difficoltà.

Papa Wojtyla, nelle udienze del mercoledì, per ben quattro anni annunciò una nuova teologia del corpo che è ancora da scoprire in tutta la sua novità. Egli affermò che quando l’uomo e la donna con amore limpido si donano nella gioia, sono immagine di Dio, perché immagine della comunione tra le persone della Trinità.

 

GLI ERRORI

Tra le cause che portano alla separazione, una delle più frequenti è il bloccarsi a un certo stadio dello sviluppo della coppia. Ciò accade soprattutto quando i timori prendono il sopravvento. Accade così che si instaurano relazioni patologiche. Ogni membro della coppia funziona a metà e cerca di completarsi nel partner, i ruoli sono rigidi e la coppia non cresce. Come abbiamo già detto, queste dinamiche originano da comportamenti appresi nell’infanzia: il partner è sentito come una necessità in quanto soddisfa un bisogno di completamento della propria personalità: rappresenta un aspetto che la persona non ha sviluppato e che, di conseguenza, cerca fuori di sé.  Altre volte, può accadere, che il legame sia basato sulla competizione. In questo caso i partner lottano per chi è il più forte. Verosimilmente entrambi, fin da piccoli, hanno imparato ad affermarsi prevalendo sull’altro. Anche in questo caso ogni membro della coppia funziona a metà e la coppia non cresce.

IL MESSAGGIO CRISTIANO

Il bene più grande che posso fare all’altro non è tanto dargli la mia ricchezza, quanto rivelargli la sua.

  1. Lavelle 

Una équipe dell’Università di Parma ha scoperto nel 1991 la presenza nel cervello dei neuroni specchio, cellule che si “attivano” quando proviamo un’emozione, ma anche quando osserviamo un altro individuo fare lo stesso. Esiste dunque un meccanismo neurobiologico che ci spiega perché la felicità e il dolore dell’altro è anche il proprio.  Attraverso la comunicazione, infatti, doniamo noi stessi; l’altro ci accoglie e fa suo il nostro dono e nel restituircelo lo arricchisce di sé. Per cui possiamo dire che è l‘Amore, in particolare, che ci permette di essere quello specchio in cui l’altro può rispecchiarsi. 

Perché ciò avvenga è necessario, però, guardare l’altro con lo stesso sguardo con cui Gesù ci guarda.  Quando in una coppia si fa reciprocamente questa esperienza, per la grazia del sacramento del matrimonio, accade che non si è più quelli di prima: l’amore, infatti, è come la luce che illumina e permette di esprimere parti di sé sconosciute.   In questa dinamica anche i momenti di dolore hanno un significato! Amore e dolore sono due realtà inscindibili, due facce della stessa medaglia: tanti mali dell’umanità e della famiglia nascono dal volerle dividere, eliminando tutto ciò che è doloroso. Questo binomio, invece, è scritto nella vita. L’apertura all’altro, l’accoglienza, la condivisione, il silenzio, il continuare ad amare senza luce, tutto ciò è doloroso perché comporta una rinuncia, un andare avanti senza vedere. Sono questi i momenti in cui l’anima grida “perché?”, come ha fatto Gesù sulla Croce, quando si è sentito abbandonato dal Padre.  Lui, nel momento più difficile, ha continuato a credere pur senza vedere, si è affidato al Padre: noi possiamo fare altrettanto, sentendolo amico e compagno di viaggio, quando viviamo un esperienza di dolore.   In Lui, ci possiamo aprire alla speranza e ricominciare a cercare il dialogo.

Amarsi significa perdersi nell’altro, accoglierlo, comprenderlo pienamente, attingendo alla propria capacità di andare oltre noi stessi.

11) TESTIMONI NEL MATRIMONIO 

Come abbiamo visto il matrimonio cristiano è un dono grande di comunione e ci fa Chiesa: ci fa apostoli!   Come il sacerdote porta Gesù al mondo attraverso i sacramenti, così gli sposati, se si amano fino al dono completo e costante di se, come altre Maria, generano al mondo quel Gesù vivo che diviene presente in mezzo a loro.  Sono modello di amore, stampo di comunione, vita di Trinità, rappresentazione “reale” dell’amore di Cristo per la Chiesa.

La famiglia è oggi più che mai crocevia fondamentale per l’evangelizzazione.  Noi che, uomini tra gli uomini, non parliamo da un pulpito, ma testimoniamo la nostra fede con la vita, in mezzo alla gente, possiamo raggiungere anche i più lontani.

Noi sposi siamo chiamati a rinnovare il mondo, pezzetto per pezzetto, dal di dentro, con l’amore.  La misura dell’amore cristiano, però, ce l’ha descritta chiaramente Gesù quando ha detto: “Amatevi gli uni gli altri COME io ho amato voi” e S. Paolo quando aggiunge per gli sposi che si amino “come Cristo ama la Chiesa”  Il “come” è importante! Gesù infatti ci ha amati fino a dare la vita per noi.  La misura dell’amore cristiano e la misura dell’amore coniugale è dunque la vita, il dono totale di se.

Parlando dell’amore cristiano Chiara Lubich diceva ancora che esso:

  • sa vedere sempre Gesù nell’altroIn verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me») (Mt 25,40),
  • sa amare per primo non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati») (1 Gv 4, 10),
  • senza aspettarsi ricompensaAma il prossimo tuo come te stesso») (Mt 19, 19),
  • si fa una cosa sola con l’altro immedesimandosi nell’altro Mi sono fatto tutto a tutti») (1 Cor 9,22), e
  • sa andare oltre i limiti puramente umani amando tutti indistintamente, aprendosi alla vita ed agli altri («Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti») (Mt 5, 44-45).

Aiutandoci con una nota intuizione di Chiara Lubich, possiamo dire che l’amore è “come un raggio di luce che, quando attraversa una goccia d’acqua, si dispiega in un arcobaleno, dove si possono ammirare i suoi sette colori”.

L’amore, anche quello coniugale e familiare in genere, presenta vari aspetti, vari modi di esprimersi, che si armonizzano l’un l’altro come i sette colori dell’iride:

  • Il primo aspetto riguarda l’economia e il lavoro: per amore gli sposi devono domandarsi quale tenore di vita hanno e se questo è realmente praticabile. I coniugi, spinti dall’amore reciproco (che come abbiamo detto è gratuito, disinteressato, prende l’iniziativa per il bene comune, è capace di perdonare e di ricominciare sempre), avranno tutto in comune: sia i beni spirituali che materiali.  Ci sarà un unico conto corrente, un’unica cassa familiare e si deciderà insieme per gli acquisti importanti e per la semplice spesa quotidiana al supermercato.  La comunione porterà a rivedere, se è il caso, gli orari di lavoro, a cercare di armonizzarli meglio con i ritmi della famiglia ed anche a rinunciare alla carriera, se questa dovesse minare l’unità familiare. Dall’amore dei due coniugi  nasceranno scelte quotidiane ispirate alla sobrietà, alla cultura del dono ed alla solidarietà.
  • Il secondo aspetto è costituito dall’apertura verso gli altri: il cristiano è chiamato ad amare tutti, per lui non esiste il simpatico o l’antipatico, il bello o il brutto, il grande o il piccolo… I coniugi sono chiamati ad investire nella qualità dei rapporti aprendosi generosamente al prossimo, pur mantenendo un equilibrio tra attenzione ai bisogni dell’altro e gli spazi d’intimità e comunione all’interno della coppia e della famiglia. Ciò migliora l’unità trai coniugi, educa alla solidarietà i figli, porta le famiglie alla disponibilità, soprattutto verso altre famiglie, e alla promozione di tante iniziative sociali concrete.
  • Il terzo aspetto riguarda la vita spirituale: gli sposi devono imparare a crearsi degli spazi per coltivare la propria vita interiore, cha altrimenti può essere schiacciata dalle preoccupazioni della vita quotidiana. Bisogna saper trovare momenti, in famiglia e nella coppia, in cui farsi dono della propria interiorità. Coltivare la propria unione con Dio, distintamente e insieme, mediante la preghiera e l’amore al prossimo. Con l’esempio, più che con le parole, i coniugi potranno così far dono ai propri figli del loro rapporto personale con Gesù.
  • Il quarto aspetto dell’amore cristiano pone in evidenza la vita fisica: l’amore coniugale richiede l’accoglienza della vita, la cura della salute, la valorizzazione dell’affettività tra i coniugi e della sessualità come momento di dono reciproco (a cui è necessario dedicarvi tempo e tenerezza). E’ esperienza di amore in famiglia l’accoglienza e la cura delle malattie, il rispetto del riposo notturno e settimanale necessario e delle ferie estive (riducendo così la stanchezza fisica e lo stress).  E’ importante trovare  il tempo per riscoprire il gusto di invitare amici e parenti a casa,  praticare attività fisica, curare una corretta alimentazione, cucinare per amore e vivere il momento del pasto come un momento di comunione familiare.  E’ amore il rispetto dell’ambiente e della natura, con la raccolta differenziata dei rifiuti, non sprecando acqua, utilizzando poco l’auto…
  • Il quinto aspetto riguarda la cura del proprio abbigliamento e della propria abitazione: il nostro aspetto e quello del posto dove viviamo esprime chi siamo e ciò che per noi è importante. Inoltre, quante cose in famiglia si acquistano e poi non si usano?  Basilio scriveva: “La tunica appesa nel vostro armadio è di colui che è nudo. Le scarpe che non mettete sono di chi non ne ha”. Così la cura del proprio abbigliamento e della propria abitazione diviene espressione di amore verso il coniuge, ed insieme, espressione dell’armonia della coppia.  Scegliere insieme i vestiti diverrà un prendersi cura dell’altro; abbellire, ordinare e pulire la casa insieme, dividendosi liberamente i compiti, sarà espressione dell’amore reciproco.
  • Il sesto aspetto dell’amore cristiano è costituito dall’educazione e dalla formazione: se nel lavoro la formazione e l’aggiornamento professionale è indispensabile, anche in famiglia è importante crescere insieme umanamente, culturalmente e spiritualmente. E’ amore la trasmissione del sapere e dei valori etici, spirituali e religiosi ai figli.
  • Il settimo ed ultimo aspetto riguarda la comunicazione e la comunione: è dell’amore comunicare se stessi ed accogliere l’interiorità dell’altro, per cui è importante impegnarsi per realizzare una sempre più profonda comunicazione di coppia e nella famiglia, riscoprendo il valore del perdono per sempre ricominciare dopo i nostri errori. E’ fondamentale il dialogo aperto con i figli, nella reciprocità e con l’immedesimarsi nell’altro, anche per valorizzare le loro opinioni, le loro idee, le loro attitudini. 

LETTURA

La sorgente dell’amore

«L’uomo e la donna, per le nozze, non sono più due ma uno. Dividersi, dopo una tale unificazione, vuol dire uccidersi, svenandosi. E’ la morte.  Perché l’unione coniugale si conservi, non c’è altra corrente coesiva che l’amore: ma un amore che viene dall’amore di Dio, superiore alle vicende della natura e agli umori degli uomini.  Se guardo alla mia vita, posso dire che il matrimonio riesce nella misura in cui realizza questo amore. Il suo valore sta prima di tutto in questo, e non nei titoli bancari, nel benessere, nel successo, e neppure nell’aspetto prestante e gradevole. Diventa tomba dell’amore quando, esaurite le attrazioni fisiche scambiate per amore, viene meno lo spirito che lo vivifica.  Volersi ogni giorno più bene, non far caso ai difetti, non far caso ai torti, perdonare sempre, tornare sempre ad amarsi… Allora la vita diventa una gioia. Mentre l’indifferenza, l’egoismo, a che servono? Servono a creare l’inferno in terra.  Due sposi che perdono tempo a non amarsi, sono due creature che perdono tempo a morire.  Se invece si amano, Dio passa tra di loro.  Ecco come la casa diventa una casa di felicità, pur in mezzo alle prove più grandi». (Igino Giordani)

12) LA FAMIGLIA E L’EVANGELIZZAZIONE

(tratto da lezioni di Mons. Renzo Bonetti)

Quando si pensa alla famiglia, spesso, la si guarda solo come oggetto di evangelizzazione, dimenticando che l’invito di Gesù risorto a diffondere il Vangelo è rivolto a tutti i cristiani, sposati e non.  Un altro errore frequente è quello di parlare della “famiglia” solo agli sposati. Essa, invece, è una realtà che riguarda tutti perché è cellula viva, misura e modello della Chiesa e della società.

La famiglia, quindi, riceve anch’essa dal Signore il mandato di evangelizzare e lo fa in seno ad una Chiesa che, come diceva Paolo VI, ha essa stessa per scopo l’evangelizzazione: la Chiesa, infatti, esiste per evangelizzare.  Non si tratta, però, di aggiungere impegni ulteriori alla vita della famiglia: essa, infatti, evangelizza per sua propria natura, in quanto immagine della Trinità e testimone dell’amore di Dio.  Per questo motivo una famiglia non aperta all’evangelizzazione è qualcosa di incompleto.  Giovanni Paolo II, nel discorso di apertura del sinodo dei vescovi dedicato alla famiglia, nel 1980, spiegò che la famiglia è soggetto “creativo” di evangelizzazione, posta accanto al soggetto “istituzionale” di evangelizzazione costituito dal consacrato.

Oggi, riscoprire il ruolo evangelizzante della Famiglia, è diventato una priorità per la Chiesa,  troppo spesso preoccupata di mantenere ciò che ha, piuttosto di essere impegnata in un continuo slancio missionario.  In molti paesi, infatti, essa ha perso quella spinta ad evangelizzare che costituisce la sua ragione d’essere. La famiglia invece può raggiungere, in modo capillare, tutte quelle persone che per varie ragioni sono lontane dalla Chiesa e dalla fede.

Ma cosa significa evangelizzare?  Gesù disse: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).  I primi cristiani venivano riconosciuti da come si amavano tra loro.  Anche oggi se la gente incontrerà cristiani che credono ed amano concretamente, allora si porrà delle domande, verrà attirata da questo amore e si convertirà. È questa la sola, vera, evangelizzazione. Evangelizzare, infatti, non è convincere, ma coinvolgere altri nella nostra personale esperienza d’incontro con Gesù.  Evangelizzare è dare la Buona Notizia che Dio è Amore e che ci ama immensamente. Questa Buona Notizia, però, la si può dare solo se si è già sperimentata in prima persona, se, cioè, abbiamo fatto l’esperienza dell’incontro con Cristo e questo incontro ci ha cambiato la vita in meglio.

La famiglia evangelizza in tre modi. Innanzitutto, in quanto immagine delle tre Persone della Trinità che si amano tra loro, essa è un manifesto di Dio Amore: guardando ad essa, tutti dovrebbero intuire il volto di Dio, la sua tenerezza, il suo amore.  Non è, però, solo la coppia unita ad avere la capacità di evangelizzare, ma anche gli sposi in difficoltà, i separati, i vedovi, se nonostante il loro dolore continuano a credere, ad amare e ad essere fedeli al disegno di Dio su di loro, perché in loro l’immagine di Dio si manifesta come quel Gesù crocifisso che è la massima espressione dell’amore di Dio.  Il secondo motivo per cui la famiglia evangelizza è perché essa è, per sua natura, feconda. La fecondità della coppia non corrisponde alla semplice fertilità, non dipende dalla presenza o meno di figli naturali, ma dalla sua capacità di “fare” altre immagini di Dio attraverso la sua testimonianza d’amore.  Il terzo motivo per cui la famiglia evangelizza è perché è fondata su un sacramento che è segno visibile, e quindi evangelizzante, dell’amore di Dio.  Essa, come dice la “Familiaris Consorzio”, in virtù del sacramento, diventa la “rappresentazione reale dell’amore di Cristo per la Chiesa”: nel rapporto d’amore tra marito e moglie, in virtù del sacramento, rivive realmente l’amore di Cristo per la Chiesa.  Il sacramento del matrimonio rende, cioè, l’amore degli sposi testimonianza evangelizzante dell’unione indissolubile di Cristo con la sua Chiesa e di Dio con l’umanità. La famiglia, quindi, per sua propria natura, non può non evangelizzare.  Essa è un mezzo di diffusione privilegiato dell’amore di Dio e costruttrice di relazioni tra gli uomini.  Essa è chiamata a trasmettere l’amore di Dio sviluppando i rapporti con le persone del proprio mondo, diventando così strumento indispensabile di evangelizzazione per la Chiesa.  L’evangelizzazione, infine, non è solo un dovere, ma anche un dono. Quando noi evangelizziamo, infatti, riceviamo per primi il dono di Dio, che è Dio stesso. Egli agendo in noi, rendendoci testimoni del suo amore, trasforma chi evangelizza nella presenza stessa di Cristo, come lo stesso S. Paolo ricorda: “non sono più io a vivere, ma Cristo in me”.

Abbiamo detto che evangelizzare non consiste nel parlare di Gesù, ma nel fare l’esperienza coinvolgente di conoscerlo profondamente e personalmente e nel farsi veramente prossimo dell’altro trasmettendogli la gioia che si ha dentro.   Ma da dove si inizia?  Dai più prossimi, da quelli di casa nostra, come fece Cornelio che all’incontro con Pietro aveva invitato tutti i suoi familiari.  Nei primi quattro secoli, infatti, la famiglia era il “luogo” dove si riuniva la Chiesa, non solo per nascondersi, ma soprattutto perché Essa era veramente una famiglia.  S. Paolo parlando di Aquila e Priscilla, due sposi del primo secolo, li chiama suoi collaboratori in Cristo e aggiunge: “salutate la chiesa che si riunisce nella loro casa”.  La Chiesa è dunque nata come una famiglia e i rapporti tra i cristiani erano quelli di una famiglia.   Con il concilio vaticano II si è ripresa un pò quest’idea di Chiesa-famiglia: un organismo non più piramidale, ma organizzato come cerchi concentrici posti sullo stesso piano.

Concretamente, l’evangelizzare della famiglia deve avvenire innanzitutto nella sua “rete relazionale”, quel gruppo di persone di cui fanno parte i nostri parenti, i nostri amici, i colleghi di lavoro, i vicini, i conoscenti.  Se si pensa al fatto che non c’è nessuno così lontano dalla fede che non abbia nella sua rete relazionale almeno una persona che sia credente allora si comprende bene l’importanza della rete relazionale. Il sacerdote infatti non può arrivare a tutti. Ci arriva attraverso le reti relazionali delle famiglie credenti.  Dobbiamo fare una “lista del cuore” dove inserire tutte quelle persone della nostra rete relazionale che riteniamo che hanno più bisogno della nostra testimonianza.  L’evangelizzazione infatti passa solo da persona a persona, attraverso la testimonianza: posso dare Dio solo se quel Dio vive già in me.  Avvicineremo dunque coloro che ci sembrano più abbisognevoli del nostro amore e li ameremo così come loro desiderano, facendoci “uno” con loro senza cercare di trasformarli, perché è Dio che evangelizza, che si dona e che converte.

Un’immagine simbolica di tutto ciò la troviamo quando Gesù, dopo la resurrezione, appare agli apostoli che non avevano pescato nulla tutta la notte.  La barca è la Chiesa, il posto sicuro dove si ascolta veramente la Parola di Dio. La rete è la nostra rete di relazioni.  Il mare invece per gli ebrei rappresenta il male.  Trarre via dal mare gli altri per portarli sulla barca è evangelizzare.

Per gettare la rete, per prima cosa dobbiamo convertirci, poi Dio potrà passare attraverso di noi.  Quanto più il nostro rapporto con Dio è profondo e vero, tanto più riusciremo a trasmetterlo.  Quindi dobbiamo prima “essere” poi “fare”.  Il primo passo, dunque, è la preghiera: dobbiamo innanzitutto imparare a “stare” con Dio, avere come interlocutore il Creatore: il vangelo specifica che Gesù scelse gli apostoli “perché stessero con lui e per mandarli”.  Lo stare con Lui viene prima dell’essere “mandati” verso i fratelli.  Si può pregare con le preghiere della Chiesa, che costituiscono da sempre un grande aiuto. Si può però pregare anche in tanti altri modi.  Non bisogna, però, cadere nell’errore di pensare alla preghiera come a momenti della giornata da dedicare a Dio: al di là dei momenti di preghiera formale, il dialogo intimo con Dio deve essere continuo e deve continuare poi nel fratello in cui vedremo un altro Gesù. Egli vuole essere il nostro interlocutore costante, vuole abitare in noi, in ogni nostro pensiero, in ogni nosrta azione.  L’Eucarestia ha proprio questo significato di “stare con Gesù” e può essere considerata la preghiera per eccellenza: quando gli sposi si prendono l’Eucarestia realizzano pienamente se stessi.  Cerchiamo, dunque, di trovare sempre il tempo, almeno un’ora a settimana, per adorare Gesù nell’Eucarestia e riceverlo ogni volta che si può.  Non c’è coppia che evangelizza senza Eucarestia. Non c’è preghiera senza Eucarestia.  La coppia va all’Eucarestia per diventare essa stessa Eucarestia per gli altri, servizio per gli altri, amando il prossimo così come avrebbe fatto Gesù.  Leggiamo la nostra lista del cuore davanti all’Eucarestia e chiediamogli chi Egli vuole toccare attraverso di noi.

Attraverso la preghiera e l’Eucarestia passa lo Spirito Santo.  Pensiamo agli apostoli dopo la resurrezione di Gesù: essi erano stati testimoni di tutto, eppure, pur avendo rivisto il Signore, restavano tremanti nel cenacolo.  Solo dopo la discesa dello Spirito Santo hanno la capacità e il coraggio di testimoniare.  Diventano uomini nuovi, come se si incarnasse in loro il divino.  Anche oggi viviamo il tempo dello Spirito e se nei primi tempi la sua azione era molto evidente ed inscindibilmente unita a quella degli apostoli, anche oggi lo Spirito Santo è il grande protagonista della Chiesa e della vita di ogni persona.  È Lui che fa della famiglia un soggetto evangelizzatore, una piccola Chiesa.  Egli fa sì che la famiglia diventi il luogo dove sperimentare l’azione stessa dello Spirito, dove sperimentare cosa è la Chiesa stessa, per cui, come dice il documento dei vescovi italiani su famiglia ed evangelizzazione, la famiglia diventa salvata e salvante.

La famiglia, poi, evangelizza mediante il servizio, la carità concreta: è solo quando una persona si sente amata e capita che si apre all’annuncio del Vangelo.  Non si può, infatti, far conoscere Dio Amore se non con l’amore.  La famiglia, infine, evangelizza attraverso la condivisione, la comunicazione della propria fede, ma siccome il nostro non è un Dio da capire, ma da vivere, è necessario che la nostra fede sia sempre viva.  Paolo VI diceva che la fede cresce comunicandola, anche se comunichiamo solo quel poco che abbiamo. Le persone a cui abbiamo comunicato la nostra fede, vanno poi “accompagnate” in modo personalizzato, vanno cioè seguite ed amate così come loro necessitano. Non bisogna però fermarsi alla periferia del Vangelo, ma è necessario essere loro accanto fino ad arrivare al cuore del Vangelo, fino a far sì che si scoprano immensamente amati da Dio.   Vanno quindi accolti in seno alla comunità affinché sperimentino la Chiesa e si scoprino non solo amati personalmente da Dio, ma anche nell’insieme del corpo di Cristo che è la Chiesa. 

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Bibliografia

  • Direttorio di Pastorale Familiare (CEI)
  • Matrimonio e famiglia: dottrina e vita (Pontificio Consiglio per la famiglia)
  • Giovanni Paolo II “Mulieris dignitatem”
  • Giovanni Paolo II “Familiaris consortio”
  • lettera di Giovanni Paolo II alle famiglie “Gratissimam sane”
  • “Comunione e comunità nella chiesa domestica” e “Evangelizzazione e sacramento del matrimonio” dei Vescovi Italiani
  • Gaudium et spes n. 48
  • Giovanni Paolo II “Uomo e donna lo creò. Catechesi sull’amore umano”
  • Lumen Gentium n. 41: la chiamata degli sposi alla santità “seguendo la propria via”
  • Lubich “La famiglia e la preghiera” Castelgandolfo 8.4.1989.
  • Borzillo, Femiano, Guida, Liberti “Relazione finale anno 2006 della Scuola Regionale di formazione per operatori di Pastorale Familiare” Diocesi di Acerra
  • Maria e Raimondo Scotto “Sessualità e tenerezza” Città Nuova Ed. 2009
  • Anna Maria e Danilo Zanzucchi “Vi conosco” Città Nuova Ed. 2010
  • Giordani, “Matrimonio e Eucaristia”, Città Nuova n.14/1959.
  • Giordani, “La famiglia”. Ricordi Pensieri, Città Nuova ed. 1994.
  • Giordani, “Laicato e sacerdozio”, Città Nuova, Roma 1964, pp.185-188.
  • Giordani, “La famiglia comunità d’amore” Città Nuova.
  • Giordani, “Dio” Città Nuova.
  • Giordani, “Il messaggio sociale del cristianesimo”, Città Nuova, Roma 2001, p. 87 – tratto da Il messaggio sociale di Gesù, 1935).
  • Renzo Bonetti, “Famiglia, sorgente di comunione” Ed. S. Paolo 2004.
  • Gino Rocca, articoli su Città Nuova, n. 23/1990, n. 21/1991, n. 5/1992
  • Chiara Lubich “L’arte di amare” Città Nuova ed. 2005
  • Chiara Lubich “Dove la vita si accende” Città Nuova IV ed. 2008
  • Chiara Lubich “Una famiglia per rinnovare la società” Città Nuova ed. 1993
  • Rino Ventriglia e Rita Della Valle “Comunicare nella coppia” Città Nuova ed. 2012

INDICE

 

– Introduzione                                                                       pag.  5

– Cap. 1: Matrimonio: vocazione alla santità             pag.  4

– Cap. 2: Preparazione al matrimonio cristiano          pag.  7

– Cap. 3: La famiglia: dono di comunione                pag.11

– Cap. 4: Il matrimonio cristiano è un sacramento     pag.15

– Cap. 5: Caratteristiche del matrimonio cristiano:

la complementarietà                           pag.19

– Cap. 6: Caratteristiche del matrimonio cristiano:

la condivisione                                   pag.22

– Cap. 7: Caratteristiche del matrimonio cristiano:

la corresponsabilità                             pag.24

– Cap. 8: Caratteristiche del matrimonio cristiano:

la compresenza                                   pag.26

– Cap. 9: L’indissolubilità del matrimonio                pag.29

– Cap. 10: L’amore più grande                                  pag.34

– Cap. 11: La castità coniugale                                  pag.37

– Cap. 12 : La famiglia e la preghiera                        pag.43

– Cap. 13: Uomo Donna                                            pag.54

– Cap. 14: Comunicare nella coppia                          pag.64

– Cap. 15: Testimoni nel matrimonio                         pag.76

– Cap. 16: La famiglia e l’evangelizzazione              pag.82

– Bibliografia                                                             pag.90

[1] Lumen Gentium

[2] l’Esortazione Apostolica  “Familiaris Consortio”, la lettera di Giovanni Paolo II alle famiglie “Gratissimam sane”, i documenti “Comunione e comunità nella chiesa domestica” e “Evangelizzazione e sacramento del matrimonio” dei Vescovi Italiani, ecc.

[3] Igino Giordani, Mons. Renzo Bonetti, Prof. G. Mazzanti, Maria e Raimondo Scotto, S. Agostino, C. Lubich, Gino Rocca, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia e altro…

[4] “La famiglia e la preghiera” di C. Lubich Castelgandolfo 8 aprile 1989.

[5] S. Agostino nelle sue “confessioni” dice che Dio ha fatto il nostro cuore per Lui e trova pace solo se riposa in Lui, cioè se ama.

[6]  “…In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).

[7] G. Mazzanti

[8] Lumen Gentium n. 41: la chiamata degli sposi alla santità “seguendo la propria via”

[9] Mons. Renzo Bonetti

[10] Gaudium et spes n. 48: la famiglia che scaturisce dal matrimonio è “intima comunità di vita e di amore

[11] Giovanni Paolo II “Uomo e donna lo creò. Catechesi sull’amore umano”

[12] Mons. Renzo Bonetti

[13] Prof. G. Mazzanti

[14] Master in Scienze del Matrimonio e della Famiglia presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II – Roma

[15] Prof. G. Mazzanti

[16] già direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia della CEI, docente di Spiritualità coniugale e familiare alla Pontificia Facoltà Teologica “Teresianum” di Roma

[17] da Gino Rocca, Città Nuova, n. 23/1990

[18] da Gino Rocca, Città Nuova, n. 21/1991

[19] da Gino Rocca, Città Nuova n. 5/1992

[20] “Dove due o tre sono radunati nel mio nome, là sono Io in mezzo ad essi” (Mt 18,20)